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EDITORIALE

La cicala, la formica e gli eurobond

30 marzo 2020, 08:49

La cicala,  la formica  e gli eurobond

DOMENICO CACOPARDO  

«C’era una volta un’estate afosissima e una cicala a cui non piaceva né sudare né far fatica. L’unica cosa che le piaceva era cantare tutto il giorno. Sotto il ramo dell’albero su cui era comodamente sdraiata la cicala, passava avanti e indietro una formica, tutta indaffarata a portare sulla schiena un sacco di cose: pezzetti di cibo, sassolini, legnetti ecc.
La cicala, vedendo quanto era sudata la formica, iniziò a prenderla in giro: – Vieni quassù con me formica. Fa più fresco e, mentre ti riposi, cantiamo insieme qualche canzone – e, così dicendo, iniziò a cantare ‘O sole mio’.
– Grazie mille per l’invito, cicala, ma sono occupata a far provviste per l’inverno e a sistemare la mia casetta per proteggermi dal freddo, quando arriverà – e, così dicendo, continuò ad andare avanti e indietro per il prato. – Ma l’estate è ancora lunga – continuò la cicala – e l’inverno ancora lontano. Non preoccuparti adesso, ci sarà tempo più avanti!- E poi venne un dicembre gelido come non mai.
-Buonasera cicala, cosa ti porta qui da me?-
– Buonasera formica – rispose tutta infreddolita la cicala, tremando nel leggero cappottino che aveva addosso. – Ho freddo, ho fame e non ho un tetto dove passare la notte.
La formica la guardò con compassione. – Ah! Cicala, ricordo bene le calde giornate d’estate in cui, mentre io faticavo per metter via provviste e costruirmi una casa, tu, beata sul tuo ramo al fresco e all’ombra, cantavi e cantavi … Beh, facciamo così: entra, per questa volta ti aiuterò e ti darò da mangiare e un letto per dormire. Tu però prometti che la prossima estate mi aiuterai a far provviste».
Questa in estrema sintesi, la parabola di Esopo, recuperata da Jean de La Fontaine, che può facilmente essere applicata al caso italiano. Sembra che la pandemia abbia fatto dimenticare a tutti il fondamentale stato di dissesto in cui versano le casse dello Stato per un debito pubblico (31 dicembre 2019) di 2.409 miliardi di euro aggravato da irresponsabili politiche di allargamento della spesa in aree e a fini che nulla hanno a che vedere con gli interessi della comunità nazionale. Questa la ragione fondamentale che sta dietro alla contrarietà di Angela Merkel e dei paesi del Nord-Europa, aggravata dalle posizioni di alcune forze politiche (M5S e Lega) contrarie all’applicazione dei meccanismi del Mes (lo strumento europeo di stabilità che vincola l’erogazione di soldi comunitari a una severa politica di risanamento della finanza pubblica).
La solita «furbizia» - quella che ci condanna alla diffidenza generale -  consiste nel chiedere eurobond, cioè titoli di debito europeo, a finanziamento di spese già in corso (per la lotta alla pandemia) e alle altre occorrenti per il rilancio dell’economia, sapendo bene che l’Italia non solo non è in condizione di restituire in tempi brevi e certi i 2.409 miliardi di debito già accumulato, ma che punta agli eurobond in vista di una sorta di consolidamento europeo.  Un ragionamento che non può incantare le formiche del Nord.
Certo, dobbiamo pretendere un intervento comunitario per la ricostruzione dopo il disastro, sapendo però che non sarà né potrà essere un Piano Marshall 2020 (un regalo di quattrini) ma una specie di Piano Delors (un imponente investimento europeo in ‘cose concrete’, soprattutto infrastrutture). Il resto vale poco e appartiene al folklore di una politica nazionale che da tempo ha perso i fondamentali.
DOMENICO CACOPARDO
domenico.cacopardo@gmail.com