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EDITORIALE

Quel poco di buono lasciato ai giovani

di Vittorio Testa -

31 marzo 2020, 10:42

Quel poco di buono  lasciato ai giovani

Tra poco o molto, comunque toccherà  a loro, ai nati dagli anni Ottanta in poi. Toccherà alle due ultime generazioni ricostruire una società nuova, totalmente diversa da quella attuale,  cancellata dal coronavirus. A noi vecchi conviene far le tende in silenzio e sloggiare con la coda tra le gambe. Che mondo stiamo lasciando ai nostri figli e nipoti? Non possiamo certo sostenere di aver  esagerato in saggezza.  Abbiamo rincorso un benessere fatto di consumi superflui ma necessari a bisogni indotti da una finta ricchezza generalizzata e illusoriamente ritenuta durevole in eterno. Adesso, dopo anni di oro farlocco, una lunga stagione nella quale si è vissuto ben al di sopra delle reali  possibilità, è proprio finita. E come lascito alle nuove generazioni ecco, oltre a un debito pubblico spaventoso, un autentico dramma. Ma quando finirà questa sospensione della vita sociale? Il tempo è diventato un pezzo d’eternità indefinito da quando è scoppiata questa Terza guerra mondiale. Le nostre case  in funzione di rifugi anticoronavirus. 
Ci si guarda negli occhi, mai come adesso  espressivi sopra la mascherina obbligatoria che, questa sì, ci accomuna  tutti quanti nel reciproco sospetto di potenziali untori. Viviamo in cattività. E c’è il rischio di incattivirsi, a lungo andare. Ma bisogna dar fondo alla nostra residua morale, al senso di appartenenza. Portare pazienza, fare di noi tanti  Giobbe, messi alla prova non da Dio ma da noi stessi, dal nostro modo di vivere, di mangiare, viaggiare, amare. Dalla nostra superbia, quella dell’uomo tecnologico convinto di dominare gli eventi. Quanto durerà questa vita da reclusi che in molti incominciano a non sopportare più, potendo  frequentare soltanto i famigliari e sé stessi, cioè a volte cattive compagnie. Quanto durerà, e come e quando ne usciremo? Dovremo inventarci nuove forme dell’economia, della produzione e del commercio. Niente sarà più come prima. E’ il fallimento della nostra generazione, di noi nati negli anni Cinquanta e Sessanta. 
È, la nostra, una colpa grave: abbiamo messo in piedi  un mondo, una società, uno stile di vita ben aldilà dei nostri mezzi. Ci siamo indebitati per migliaia di miliardi di euro. Non occorreva essere degli  Einstein per capire che a quella velocità su una macchina sfrenata, prima o poi saremmo andati a sbattere. È bastato un virus per mandare in tilt tutti quanti, a cominciare dai nostri eletti alla gestione della cosa pubblica. Che si sono rivelati persino peggio di noi, perché invece di fare una politica seria e rigorosa, hanno traccheggiato, captando i nostri umori con i sondaggi, questa parodia di impropria democrazia diretta virtuale. Chi  se non debitamente informato potrà mai dirsi d’accordo sul chiudere tutte le attività , autorecludersi in casa, e uscire soltanto se proprietario di cane? Così, inconsapevoli della realtà delle cose o furbacchioni con orecchie da mercante, i nostri eletti si sono comportati come il famoso capo-popolo saggio: <Sono il loro leader, quindi devo seguirli!>. Il ‘’chi mi ama io lo seguo’’. Ed ecco che allora la linea di comportamento diventa zigzagante con piroette e conversioni a 180 gradi.  In un mese si passa dal condannare le restrizioni (<Bisogna aprire, aprire, sennò si muore>) all’invocarle battendo il pugno sul tavolo: <E’ indispensabile chiudere, chiudere tutto, e in fretta>. Certo, non è semplice: ma il dovere di un politico è anche quello di basare le scelte e le decisioni affidandosi agli esperti del caso. I quali però se consigliano la soluzione sgradita al pueblo vengono considerati uomini prezzolati, agenti del Grande Vecchio padrone del mondo. E il politico tentenna, prende tempo, scruta i sondaggi. Se poi la cosa si rivela drammatica, ecco scattare la il trombonismo retorico che tutto assolve, si canta ai balconi, si festeggia magari in gruppo, così,  sviliti  i sentimenti di autentico orgoglio nazionale,  si contagia un po’ di amici festanti. Grazie a Dio ci sono molte persone con dirittura morale e senso del dovere da autentico  eroismo filantropico. Medici, infermieri, personale ospedaliero che rischiano il contagio, la vita stessa - più di cinquanta vittime tra i medici - per curare e confortare, donare un gesto pietoso a chi muore in una solitudine spaventosa, ingiusta e inaccettabile in un paese civile.  E’ soltanto grazie al loro esempio che lasciamo qualcosa di buono ai nostri giovani.

vittorio.testa@comesermail.it