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EDITORIALE

Pandemia, internet non salva il mondo ma ci aiuta

di Paolo Ferrandi -

03 aprile 2020, 10:38

Pandemia,  internet non salva il mondo ma ci aiuta

Internet, in questi giorni di quarantena obbligatoria, è diventato per molti di noi ancora più indispensabile, visto che da un giorno all’altro ci siamo trovati, senza alcuna pianificazione e con la fretta dettata dalla necessità, a impostare il nostro lavoro a partire dal tinello di casa. Anche la Gazzetta di Parma che trovate tutti i giorni in edicola – per non parlare del sito internet – da qualche settimana è fatta un questo modo.

La nostra intera vita lavorativa è stata stravolta e ridisegnata: dalle interazioni strette e con molta vicinanza fisica (a volte  troppa, per esempio quando serve concentrazione) dell’open space alla comunicazione mediata – anche se spesso informale, soprattutto nelle chat – che si svolge nello spazio virtuale che in qualche modo annulla la lontananza spaziale, ma che ha una tonalità più fredda per noi umani che siamo prima di tutto animali sociali, non fatti per vivere e lavorare in clausura. Ma questo cambiamento non è uguale per tutti: c’è chi è servito da una connessione adeguata (magari con la fibra ottica, almeno fino alla centralina) e non ha grosse difficoltà a lavorare, e chi ha enormi difficoltà e, spesso, non riesce perché vive in zone più marginali dove la banda non è quasi mai sufficiente. 

Sono anni che si discute dell’adeguatezza della rete internet italiana e molto negli ultimi tempi è stato fatto, ma tantissimo resta ancora da fare e la pandemia, crudelmente, ce lo indica. Quando qualcuno diceva che la connessione a internet doveva diventare un diritto garantito al cittadino, molti facevano spallucce, ma ora, con tutti gli studenti italiani costretti, volenti o nolenti, alle video-lezioni si capisce che peso, nell’aumento delle diseguaglianze, possa avere quello che chiamano «digital divide», cioè la disparità di risorse e capacità pratiche nell’uso della telematica. Il possesso di un tablet e di una connessione adeguata, per esempio, può diventare la soglia tra l’accesso all’istruzione e l’esclusione scolastica.

E spesso il «digital divide» colpisce proprio quelli che hanno più difficoltà, cioè i ragazzi che vengono da famiglie più povere e marginali. Uno schiaffo al principio dell’eguaglianza del punto di partenza su cui si regge la nostra società.

Internet è, quindi, una straordinaria tecnologia abilitante e ce ne stiamo accorgendo ora costretti dalla necessità. Ma, al tempo stesso, non è la soluzione per tutto e di tutto. Facciamo un esempio pratico: solo l’altro ieri il sito dell’Inps che doveva fornire la soluzione a un problema pratico che assilla milioni di italiani (come riuscire ad avere un reddito minimo che permetta di tirare avanti in un momento in cui per la pandemia non possono lavorare) è andato in tilt in un modo talmente clamoroso da diventare spettacolare. 

Le difficoltà di accesso si sono sommate a malfunzionamenti che hanno reso pubblici dati personali e sensibili di migliaia di utenti ad altre migliaia di utenti. Il presidente dell’Inps, al posto di scusarsi, ha subito dato la colpa a un fantomatico attacco hacker che molto probabilmente non c’è stato. Mentre appare molto probabile che il sito stesso, tra problemi di capacità di calcolo dei server e approssimazione nella codifica del software, non fosse stato progettato per reggere una mole di traffico simile a quella scatenata dalle attese di centinaia di migliaia di italiani.

Insomma, non basta un sito internet per avere la soluzione, ma bisogna anche lavorare perché il sito funzioni e non faccia danni. Una lezione da imparare proprio mentre si sta parlando di utilizzare una app per tracciare i contagiati dal coronavirus. Una soluzione probabilmente necessaria, ma che pone enormi problemi di privacy e di controllo sociale e che potrebbe di fatto ledere diritti fondamentali dei cittadini. Meglio quindi non progettarla con la stessa leggerezza con cui è stato implementato il sito dell’Inps.