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EDITORIALE

Ma l'Europa non ci farà alcun regalo

di DOMENICO CACOPARDO -

05 aprile 2020, 11:05

Ma l'Europa non ci farà alcun regalo

Attraversiamo una fase indefinibile: la curva dell’evoluzione della pandemia ha cessato - o quasi - di crescere, ma da giorni stiamo sull’elevato pianoro al quale eravamo giunti. Anzi ieri, i nuovi contagi in Lombardia erano 1.455 pari al 39% del totale Italia (+ 2.339).
Il che significa che dobbiamo aspettare (e durante l’attesa molti, troppi ritengono d’essere in diritto di parlare spargendo incertezze) mentre si allentano i cordoni psicologici dell’osservanza delle disposizioni, a partire dallo stare in casa. Segno che sarà difficile, impossibile tenere in piedi ancora a lungo l’attuale segregazione.
Gap di autorevolezza governativa e una comunicazione altalenante alla base del ridimensionamento della disciplina. 
Imperversano le critiche, anche ingiuste, e le proposte, anche folli. Qualcuno tuttavia dovrebbe valutare il percorso sin qui compiuto per identificare gli errori - e ce ne sono tanti - al fine di correggere il tiro ed evitare che si ripetano. Per il resto, in particolare per le responsabilità, non è questo il momento. Verrà di certo: basti pensare al mare di denunce che giacciono sui tavoli delle Procure d’Italia.
L’argomento principe di queste ore e dei prossimi giorni è l’Europa. Archiviato il deludente messaggio agli italiani di Ursula von der Layen, preso atto che tutte le nazioni dell’Unione hanno stanziato per la loro, singola lotta al virus 2.700 miliardi di euro, rimane sul tavolo per tutti e, quindi, anche per noi qualcosa significativo? Vediamo. L’estensione del «Quantitave easing» ci permette di attingere - secondo necessità - ai fondi della Bce, mediante ampia sottoscrizione di titoli di debito nazionale. Ci sono poi un fondo di 100 miliardi per la Cassa integrazione e un fondo di 100 miliardi, detto “Sure”, per altri interventi. Questi 200 miliardi saranno ratificati dal consiglio dell’Unione (i paesi).  Cose grosse, ma non risolutive.
Emerge poi un’intesa franco-tedesca per la "liberalizzazione" del fondo Mes e la sua utilizzabilità a condizioni attenuate. Questo del Mes, è argomento di calda polemica politica proprio per la condizionalità: secondo alcuni, a destra e a sinistra, avrebbe determinato la macelleria sociale operata in Grecia che, tuttavia, dalla cura radicale risulta risanata, in bonis e in crescita. È evidente il timore, il terrore che serpeggia nel mondo politico italiano per il taglio che potrebbe essere imposto dal Mes a tutto ciò che di parassitario alligna nella spesa pubblica italiana e nelle istituzioni inefficienti e clientelari. La condizionalità attenuata di cui si parla è, se confermata, una scelta realistica: ti diamo i quattrini, non pretendiamo una cura da cavallo, pretendiamo però che non li sperperi (al solito). Petizione accettabile, che tuttavia sarà presentata per inammissibile interferenza negli affari (pessimi) interni, invece di essere salutata per ciò che: un freno all’incapacità italiana di collocare per gli usi produttivi, non parassitari, le risorse di cui dispone, anche comunitarie.
C’è poi il grande tema che va sotto l’immaginifico binomio Piano Marshall o, se volete, Euro-bond. Diciamolo subito: non se ne parla. Gli Usa con il Piano Marshall hanno distribuito miliardi di dollari all’Europa: un regalo. Nessuno regalerà nulla a nessuno ai nostri giorni. L’Europa potrà e dovrà prendere un’iniziativa di svolta, analoga per impatto ai 2.000 miliardi di Trump. Qualcosa di simile al Piano Delors anni ’80 (mai attuato): un programma (importantissimo, superiore ai 1000 miliardi) di investimenti comunitari in infrastrutture fisiche, telematiche e in ecologia, capace di mettere al lavoro milioni di europei dai confini con la Russia all’ultimo paesino, il più lontano, della Sicilia.  Questa è la partita in gioco. La giochiamo, purtroppo, con un governo di scarso prestigio, di scarso peso interno e internazionale, di scarse competenze. Questo passa il convento. Per ora. Domani chissà.