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EDITORIALE

Un Paese di virologi e troppi pelandroni

di Vittorio Testa -

06 aprile 2020, 08:40

Un Paese di virologi e troppi pelandroni

È il tempo dell’attesa infinita, dell’ansia e della paura del contagio che ci costringono a esser prigionieri in casa nostra per evitare di essere ghermiti da un  coronavirus, il Covid-19, mortifero che continua a falcidiare vite umane.
Una “prigionia” necessaria, obbligata e indispensabile che però ha innescato una crisi di rigetto in una non esigua parte della popolazione: il dieci per cento, grosso modo, il che significa qualche milione di ribelli. La Prefettura di Parma, come accade in tutto in tutto il Paese, ogni giorno riassume i risultati dei controlli effettuati da polizia, carabinieri, Guardia  di finanza, vigili urbani. Risultato di sabato scorso: 106 persone sanzionate  su 1.167 controllate. In tutt’Italia siamo a 182mila denunciati e sanzionati con multe, 400 dei quali avendo violato la quarantena rischiano fino a 5 anni di carcere.
Gli appelli, le suppliche di varie autorità non sono serviti a convincere i molti, troppi riottosi. Città, parchi, colline, spiagge pullulano di “evasi”. Dal cielo i droni scovano i pelandroni, queste migliaia di scansafatiche e scansadoveri che rischiano la propria salute, cosa che non ci addolorerebbe più di tanto, ma purtroppo anche quella altrui. Adesso si profila il ponte di Pasqua e Pasquetta, cioè il 12 e 13 aprile, data indicata dal presidente del Consiglio Conte come momento di possibile riduzione delle misure restrittive. Contraddetto all’istante  dal capo della Protezione civile che in conferenza stampa aveva ritenuto giusta la data del 16 maggio, salvo poi smentire sé stesso dopo un probabile complimento sussurratogli dal Premier. Questo Borrelli ha una linea di condotta comunicativa che forse non tiene conto dell’incertezza che i suoi interventi possono provocare. 
Ieri il governatore della Lombardia e quello della Toscana decretano l’obbligo della mascherina, una piccola tortura ma rassicurante. 
Ed eccolo, Borrelli, pronto dar loro manforte: «Io non la metto certo, basta tenere la giusta distanza». Un cittadino fermato perché senza bavaglietto potrebbe giustamente dirsi emulo della massima autorità  dell’emergenza.  Ovviamente anche i politici si pregiano di metter becco, procedendo con metodo infallibile per creare disorientamento. 
Dopo aver chiesto  a gran voce di togliere le misure restrittive e un mese dopo aver tuonato di “chiudere tutto, tutto, completamente”, adesso ecco la nuova: «Riaprire le chiese per le celebrazioni dei riti pasquali», dice Matteo Salvini. E il rito dello “scambiatevi il segno di pace”? Lì si stringono mani, ci si comunica, oltre al pericolo rappresentato da un affollamento in luogo chiuso. Il leader della “Lega per Salvini” fa capire di poter contare su  protezioni in alto loco, riconfermando di poter contare sull’aiuto «del Sacro cuore immacolato della Beata Vergine Maria». 
Ma se riaprono le chiese, perché non i teatri, i centri sportivi, i cinema? O magari gli stadi, che tra l’altro sono all’aria aperta. E per andare in chiesa? Tutti in macchina e poi  a piedi in fila a distanziati due metri l’un l’altro? E allora perché criticare i molti napoletani scesi in strada «per andare a comprare il lievito di birra per fare la pizza in casa», questa la generale motivazione. Un’urgenza corporale e spirituale della napoletanità. Ma poi perché parlano tutti, per di più e per i più di  argomento ignoto o magari studiato per ben dieci  minuti sui bigini  wikipedia? Siamo diventati di colpo il  paese dei tutti virologi. 
A proposito. In Italia abbiamo una delle massime autorità mondiali in materia, il professor Giorgio Palù, già presidente dei virologi europei, docente all’Università di Padova e in un paio di atenei americani, uno scienziato medico dal curriculum più che prestigioso. E’ tempestato di richieste di pareri, indicazioni sul da farsi in  una simile tragedia in corso: da tutti tranne dal governo, dal ministero della Sanità. Siamo un popolo d’alto ingegno, noi.  Ennio Flaiano ci conosceva bene. Ma quale dramma, a tutto c’è rimedio: «La situazione o è grave ma non seria o è seria ma non grave».
Vittorio Testa
vittorio.testa@comesermail.it