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EDITORIALE

I parmigiani scrupolosi e le multe

08 aprile 2020, 09:05

I parmigiani scrupolosi e le multe

di Claudio Rinaldi

«Avete rotto le scatole», ci ha scritto ieri il lettore Davide Sani. Diretto, non c’è che dire.  E ha aggiunto, infastidito dall’ennesimo editoriale dedicato all’irresponsabilità dei tanti, troppi parmigiani multati dalle forze dell’ordine per inosservanza delle regole: «Per una  percentuale minima di idioti, continuate a scrivere che i parmigiani non capiscono che si deve stare in casa. La maggior parte di noi che rispetta le disposizioni credo sia stanca di essere cornuta e mazziata e offesa. Cambiate disco e almeno una volta gratificate la stragrande maggioranza che si fa un c… così agli arresti domiciliari».
Vero, verissimo che la stragrande maggioranza dei parmigiani rispetta le regole, sopporta – soffrendo – questo isolamento sociale forzato, avendo capito che è l’unica strada per cercare di sconfiggere la pandemia, non offrendo assist al proliferare del contagio. E ha anche capito che più saremo tutti rigorosi nel rispetto delle regole, meno durerà la sofferenza.
   È dura per tutti, nessuno escluso. A chi non manca andare a trovare la madre, il nonno, il fratello? Potendo fare due chiacchiere in pace, non limitandosi a lasciare la sporta della spesa sullo zerbino e a fuggire come un ladro. O fare una passeggiata, una corsetta, andare in libreria a comprare un libro o godersi una serata in pizzeria o al ristorante? O invitare a casa gli amici. L’elenco potrebbe essere infinito. E non parliamo di chi vorrebbe tanto lavorare, e invece la sua azienda, o il suo negozio, o l’ufficio dove è impiegato sono stati costretti a chiudere. O di chi ha perso un familiare e non può neanche organizzare un funerale. È dura, durissima. 
 Ma è altrettanto vero che non se ne può più di vedere così tanti irregolari multati, a Parma come ovunque: gente che se ne fa un baffo delle regole e, quel che è peggio, non capisce (o se ne frega) che fa un potenziale, enorme danno a sé stessa e agli altri.
Vogliamo parlare dello sforzo richiesto a tutte le forze dell’ordine, che a Parma e in provincia viaggiano al ritmo di 1000/1500 controlli quotidiani alle persone trovate in giro e a quasi altrettanti agli esercizi commerciali? Vogliamo parlare delle scuse e dei pretesti di comodo escogitati lì per lì da questo esercito di “fuorilegge”? C’è chi ha detto che «doveva testare il funzionamento dell’auto» e chi stava uscendo dal proprio comune «per andare da un contadino a comprare le uova fresche». O anche chi, fermato per l’alta velocità, si è giustificato dicendo «viste le misure per il coronavirus, volevo tornare a casa il prima possibile». Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
Ci mancherebbe altro che pensassimo di offendere i parmigiani che sono ligi al loro dovere di cittadini (e soprattutto al buon senso). Tutt’altro: li ringraziamo. Dichiariamo la nostra insofferenza (eufemismo) verso chi non ha ancora capito che è come essere in guerra.
A costoro dedichiamo due riflessioni suggerite da un amico cultore della storia della medicina, riferite alla tragica pandemia della “spagnola”, che tra il 1918 e il ’20 arrivò a infettare 500 milioni di persone (la popolazione all’epoca era di due miliardi), uccidendone un numero mostruoso, stimato tra i 50 e i 100 milioni. In Italia l'accelerazione drammatica dell'epidemia fu nell'autunno del ‘18, quando la gente, per festeggiare la fine della guerra, scese in strada in massa e tutti si abbracciavano e si baciavano: da lì partì l'ecatombe vera.  In una cittadina spagnola, un vescovo, in violazione alle norme anti assembramento emanate dal governo, convocò quanta più gente possibile per una preghiera collettiva in cattedrale. La gente ci andò in massa. In quella città morì quasi il cinquanta per cento della popolazione.

claudio.rinaldi@gazzettadiparma.it