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Quelle immagini più forti delle parole

08 aprile 2020, 09:14

Quelle immagini  più forti delle parole

di Filiberto Molossi

E' strano: ma nel momento in cui, più che mai, più di sempre,  la nostra giornata è scandita dai numeri - dalla conta, monotona, implacabile e dolorosissima, dei morti, dei contagiati -, molto più delle nude cifre così come anche delle parole che si arrampicano faticosamente su scivolosi «forse», a importare, a dare un senso anche all'assurdo, sono soprattutto le immagini. Potenti, insuperabili, anche a cinema chiusi: più forti delle polemiche fuori luogo, delle chiacchiere da cortile, delle ipotesi di complotto, del toto riaperture. Immagini che restano, frame che compongono il mosaico di una stessa storia. 

 Penso a quel vecchio vestito di bianco, quell'uomo solo, nella pioggia e nella tempesta. Il Papa sotto il cielo cupo di Roma, che prega davanti a nessuno e con tutti. Non servono le parole, basta la fotografia di quel silenzio assordante, di quel signore dal passo incerto che ha a cuore il mondo, smarrito come milioni in quella piazza deserta. Immagini che fanno la Storia, anche se a volte ci entrano per errore, senza bussare: come il fuori onda del presidente Mattarella che all'invito del suo portavoce di aggiustarsi i capelli prima di registrare un messaggio alla nazione, sospira:    «Eh Giovanni, non vado dal barbiere neanch'io...».  Dieci secondi di filmato inviato per errore che regalano uno spaccato civile inestimabile: l'umanità di un capo di Stato, italiano tra gli italiani, capace di spettinare con un mezzo sorriso il tono monocorde e l'abituale grigiore delle istituzioni. Momenti forti, dicevamo: come la colonna interminabile dei camion dell'esercito che a Bergamo, città martire, portano via le bare di morti per coronavirus:  l'immagine dentro l'immagine, che ti mostra anche quello che a occhio nudo non riesci a vedere. E ancora: la fotografia iconica dell'infermiera stremata di Cremona e i primi piani dei medici-coraggio che sul volto portano come cicatrici e come medaglie i segni di mascherine che non tolgono mai. E poi anche loro, inevitabilmente: le immagini che avremmo volentieri fatto a meno  di vedere. Come il rosario recitato live dalla D'Urso con Salvini (qualcosa che appartiene più al trash che al religioso) o, per par condicio, la fotografia dell'aperitivo anti-panico di Zingaretti che poco dopo si è ritrovato contagiato e in quarantena. Fermi immagine anche quelli dell'anno zero dell'Italia d.c., dopo il coronavirus: fotogrammi, tutti, del grande romanzo italiano che nessuno ha scritto ma che ognuno di noi sta leggendo sulla propria pelle. Immagini che parlano in maniera più chiara, sincera  e fonda delle parole. Perché le parole a volte ingannano, sterzano: che, ad esempio, a forza di chiamarla guerra, questa cosa qui, finiamo per pensare che qualcuno la debba combattere al posto nostro. Quando invece è una responsabilità nostra (nessuno si senta escluso) nei confronti di tutti.  

filiberto.molossi@gazzettadiparma.it