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La pandemia ha aperto il vaso di Pandora

09 aprile 2020, 09:25

La pandemia ha aperto  il vaso di Pandora

FABRIZIO PEZZANI
Da anni siamo a discutere della posizione del nostro paese nella Ue spesso con una posizione di debolezza che aumenta la rigidità dei nostri partner europei che la usano anche in modo ipocrita.
Tra l'epidemia e gli effetti drammatici che ha scatenato è stato come se fosse stato tolto il coperchio al mitologico vaso di Pandora facendone uscire i mali in un solo colpo. Ma, come nella mitologia, rimane la speranza su cui dobbiamo concretamente operare per capire gli errori fatti, le debolezze strutturali che  hanno limitato l'autonomia nostra ed europea troppo dipendente dalla finanza globale a cui è stato lasciato, colpevolmente, campo libero in modo passivo. 

Il momento nella sua tragicità mette a nudo le difficoltà, la mancanza di coordinazione, gli errrori e gli egoismi dei singoli stati  ma soprattutto mette in discussione un progetto, forse utopico,  di unione e collaborazione unico nella storia.
L’Europa nasce come idea di unione  di paesi che si sono scontrati per secoli e non a caso il principio fondante è quello della solidarietà e l’inno è quello alla gioia di Beethoven e qui siamo alla prima ipocrisia della discordanza tra principi istituzionali e la realtà. A questo stato di relazioni noi abbiamo colpevolmente contribuito con una mancanza di presenza forte – come “sleeping patners” –  e in grado di controbattere con motivate  ragioni e non con una rabbia irritante  le nostre istanze. 
Le radici di questa contraddizione strutturale  devono essere messe  alla base di un processo di ripensamento e discussione prima di arrivare al caos: la Ue nasce come unione monetaria in primo luogo e poi, forse, politica ma la mancata autonomia finanziaria ne ha condizionato lo sviluppo. L’euro viene creato ed avviato nel mondo finto e manipolato della finanza che opera senza nessuna forma di controllo dopo la totale deregolamentazione voluta da Greenspan nel 1999 di tutti i derivati e di tutti gli strumenti finanziari. La finanza, libera da controlli, è stata usata come arma non convenzionale da guerra per “ammorbidire” gli stati più riottosi. Lo stesso Greenspan, levando la separazione tra banche d’affari e banche commerciali, ha aperto la strada alla più grande speculazione finanziaria della storia completamente staccata dalla realtà ed alla creazione di una immensa bolla che sta scoppiando in mano a chi l’ha pianificata. L'Europa ha sempre evitato di contrapporsi mettendosi in una situazione di subordinazione che ha aumentato i suoi conflitti interni. La dimostrazione della sudditanza si è verificato nel corso della “campagna   d'Europa” annunciata nel febbraio del 2010 sul “Wall Street Journal” e su “Repubblica” e avviata   attaccando l'euro con un’azione aggirante partita dalla Grecia, dal Portogallo, dall’Irlanda e dalla Spagna per venire a noi nel l’infausto mese di settembre che sembra caratterizzare  il nuovo secolo.
Nel febbraio del 2011 la Francia attacca la Libia contro i nostri interessi ma non  abbiamo la forza di ribattere. Poi  avviene  l’attacco finanziario al Paese che fa aumentare per magia lo spread di 600 b.p. in un mese con un debito ancora sotto controllo e un  Pil in lieve crescita. I media  asserviti cavalcano  e tuonano contro la nostra debolezza senza spiegarsi come mai oggi continuino a negare l’evidenza di uno spread che a confronto del 2011 dovrebbe essere almeno triplicato sempre che la matematica non sia solo un’opinione.
Nell’attacco ai titoli di stato del paese si era distinta la Deutch Bank che ha speculato contro di noi senza subire sanzioni come ha invece ha subito dal Dipartimento della Giustizia degli Usa da cui è stata condannata, come è successo alle banche d'affari ed alle agenzie di rating ma l'Europa  è stata completamente assente e priva di autonomia. A conferma il bilancio al 31.12 .2011 della banca tedesca presenta di gran lunga il migliore risultato ottenuto in dieci anni. 
Anche l’Olanda che ci riprende è diventata un  paradiso fiscale per le grandi multinazionali del nostro Paese che hanno trovato condizioni di defiscalizzazione grazie alle discutibili agevolazioni fiscali.  In questo modo si separa il capitale dal paese che ne rimane privato così come  la delocalizzazione della nostra manifattura che ha  separato il lavoro dal capitale, creando i vuori occupazionali che oggi siamo a piangere. Non serve alzare la voce, avviare dibattiti sterili  sul nulla ma è necessario rimboccarsi le maniche  e pensare a come ripartire.
Questo si è verificato con la nostra approvazione senza che i governi fissassero limiti rispettosi di una  identità nazionale  troppo spesso invocata come retorica ma subito  cancellata dagli interessi. Si potrebbe continuare ma il problema di fondo è interno al nostro Paese in cui una politica cicala si è allontanata dalla realtà ed ha generato un crescente debito specie in spese correnti per comperare il consenso  Il debito è stato fatto da noi negli anni per mancanza reale  di sistemi controllo più formali che sostanziali  sempre orientati ad una burocrazia autoreferenziale ed incapace di fare una norma comprensibile alle persone normali.
Questa collosa situazione ha creato connivenze a tutti i livelli in funzione di interessi particolari e non di quelli di tutti ed un preoccupante degrado professionale e morale; questo degrado può essere usato contro di noi come avviene oggi. È necessario recuperare una dignità perduta ed una forza contrattuale reale  ma fare anche un onesto  e responsabile  esame di coscienza sui nostri errori e porvi rimedio ed evitare di dare la colpa delle nostre incapacità agli altri. 
Poi ripensare a un'Europa come era nelle idee dei padri fondatori  è il primo passo da fare per una solidarietà vera tra gli stati che la compongono. Ma la ricerca di una propria autonomia sociale, economica e finanziaria e provare a realizzarla  è la prima condizione da porre in essere per offrire a tutti, specie ai giovani, l'opportunità di riflettere per ritornare alle radici, a una definizione corretta della gerarchia dei bisogni, per ridurre  disuguaglianze che distruggono il senso sociale e nessuno si può sottrarre alle proprie responsabilità.