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EDITORIALE

L'Angiol d'or protegga Parma ferita

di Enrico Solmi (vescovo di Parma) -

11 aprile 2020, 20:48

L'Angiol d'or protegga Parma ferita

Su Parma da otto secoli, l’Angiol d’or guarda giù la gente, la città, il Duomo e,  lì sospeso, invita a guardare in alto. Mostra a tutti  una croce lobata, perché la sua missione è trasmettere un messaggio. La tiene anche come difesa. Vista da lontano, ora con il nuovo parafulmine, sembra una spada. Ho ben fissa nella mente quella croce attorcigliata dal fulmine che incendiò il campanile, come fosse di cera. La colpì e lì si scaricò, evitando danni maggiori. Lo speriamo ancora oggi, per i giorni dolorosi che stiamo vivendo. Vorremmo che dicesse, come l’angelo alle donne la mattina di Pasqua: «Non abbiate paura». La paura del contagio, di non farcela, del  domani. C’è un apologo attribuito a Martin Luther King: «La paura bussò alla porta, la fede andò ad aprire: non c’era nessuno!». Diamogli credito. È la Fede che ci indica l’angelo al sepolcro: «So che cercare il Crocifisso, non è qui è risorto», che si estende, come da una vena sotterranea, a convinzioni profonde che hanno sempre guidato la storia di Parma. La convinzione di essere, specialmente nella necessità, una comunità pronta a liberarsi di tanti accessori per essere più vera e solidale. C’è bisogno di non sapersi soli e di esser certi di poter contare su chi ci sta vicino o su chi può arrivare, attivato con un numero amico o con un messaggio. È la fiducia che l’altro gioca con te e per te, che ci starà, come me, in uno sforzo collettivo che non è solo stare in casa la domenica di  Pasqua. Dobbiamo stringere un patto per l’anno che verrà, testimone l’Angiol d’or, per uscirne diversi e migliori. Il 2021 sarà di nuovo l’anno della cultura e potrebbe avere il valore aggiunto di riassettare gli impegni della nostra città sulle domande della gente, dando grande peso alla cultura della solidarietà che l’ha contraddistinta nei secoli. Potremo alla fine verificare, insieme al conteggio delle presenze turistiche, l’effettiva crescita del «ben-vivere» generale della popolazione, con uno sguardo di attenzione a chi è più debole. La concretezza emiliana e anche  parmense, con l’aiuto di esperti della nostra Università, potranno stilare precisi criteri di valutazione, a seguito di una progettualità condivisa da chi ha a cuore il bene della città. Dei borghi, ma anche della campagna come della montagna, perché l’Angiol d’or si vede da lontano, dalla nostra terra che va amata e sostenuta, e che ci offre tante eccellenze parmigiane, sapido concretarsi di una cultura secolare. In una poesia Alfredo Zerbini recita: «Quant’ crözi novi at gh’è int al simiteri!» («Quante Croci nuove al Cimitero!»), è l’Angiol d’or che parla e aggiunge: «Mi an son che ’n angiol ’d ram e sensa cor,epur a pregh, a fagh tutt coll ch’as pöl par tgnir lontàn da ti tutt i dolor!».  («Io sono un angelo di rame e senza cuore eppure prego e faccio tutto quello che posso per tenere lontano da tutti i dolori»). È una triste profezia che rende mesta questa Pasqua, ma anche un impegno partecipato dall’Angiol d’or con tanti – personale sanitario, volontari, lavoratori, preti … – che si sacrificano per gli altri. Dalla cuspide del campanile della Cattedrale abbiamo una strada sicura. È molto in alto e dà le vertigini. Ci ammonisce a stare attenti: non è scontato che andrà tutto bene. Il bene – in alta percentuale – è infatti nelle nostre mani e un passo falso può farci girare – come l’anemometro alato al vento – nella direzione opposta. Ma uniti ce la faremo!  «L’unità Parma può ritrovare nell’Angiol della Cattedrale, in quel simbol antico ed attuale in cui fu realizzata di già!» ci ricorda d. Marcello Benedini, in Ode Angiol d’or. Buona Pasqua!