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EDITORIALE

Polemiche devastanti e mascherine ribelli

di Vittorio Testa -

11 aprile 2020, 08:51

Polemiche devastanti e mascherine ribelli

Ci siamo. Il calendario  mette in fila le date della temutissima, possibile ribellione contro il fermo anti-coronavirus. Pasqua, Pasquetta, 25 Aprile, Primo maggio. Da oggi tutto il Paese è presidiato dalle cosiddette forze dell’ordine, poliziotti, carabinieri, vigili, finanzieri.  Dal cielo elicotteri e tanti droni, questi occhiuti aeroplanini silenziosi ormai in dotazione di molte polizie locali, spieranno le nostre mosse, già peraltro sorvegliate dai telefonini e dai piccoli Grandi fratelli installatisi nei nostri computer.  Pattuglie, posti di blocco, controllo delle principali arterie che dalle città menano a mare monti colline e campagna , alle seconde case o alle gitarelle  fuoriporta. Il prefetto di Parma rinnova ogni giorno l’invito all’accettazione delle misure adottate per salvaguardare la salute di tutti. Ha radunato i sindaci della nostra provincia, tutti dotati di cartelli supplichevoli: «State a casa», «Io sto in casa».  Non si era mai vista una cosa simile nella storia dell’Italia moderna: un’intera nazione che spegne i motori e viene messa agli arresti domiciliari per limitare quella che si è già fin d’ora rivelata come la più grande tragedia dopo la seconda guerra mondiale.
 A oggi le vittime del Covid 19 sono all’incirca diciannovemila:  quasi quanto quelle causate dai bombardamenti degli Alleati. Siamo stati presi alla quasi sprovvista da questo killer inodore e invisibile. La società dell’informazione minuto per minuto, malata di webbite acuta, il morbo letale del «tutti che parlano di tutto», e un ceto politico avvezzo a prendere le  proprie decisioni in base ai sondaggi, hanno via via mutato opinione . Un governo tentennante e un’opposizione dalle poche idee ma... confuse , si sono affratellati in un Parlamento di uomini indecisi a tutto. E’ quindi andato in scena il classico dramma italico. Persone meravigliose, medici infermieri sacerdoti volontari soccorritori,   hanno pagato con la vita il non essersi sottratti al dovere deontologico, nonostante la mancanza di mezzi adeguati.  
Morivano, muoiono, ne moriranno altri ancora. Mentre  in un Paese come il nostro, storicamente sprovvisto del sentirsi  parte di una nazione e incline a ritenere lo Stato un fastidioso esattore da gabbare, infuria continua la polemica che ha effetti devastanti. Ci siamo emozionati nella retorica del tricolore esposto  dei balconi canterini: abbiamo inumidito il ciglio con il «Va’ pensiero», il meraviglioso coro verdiano, che nei momenti di sofferenza diventa il nostro inno nazionale: in sostanza perché il testo, ignoto ai più, contiene il celeberrimo  «oh mia patria sì bella e perduta», che Verdi musica con un’espansione lirica da brividi di tale intensità da commuovere il rude Senatur Umberto Bossi, che una sera si presentò all’Arena di Verona in occasione della recita de ‘I lombardi alla prima crociata’ dicendo ai cronisti: «Siamo qui per  sentire il «Va’ pensiero», l’inno nazionale della nostra Padania».I dirigenti scaligeri lo invitarono a tornare per il «Nabucco». 
 Potrà mai  un piagnisteo pur sublimemente musicato diventare un canto di riscossa? Infatti arriva  il gran Pontefice a rimproverare  gli ebrei doloranti incatenati sulla riva dell’Eufrate. Li tratta come smidollati: «Oh! Chi piange? Di/ femmine imbelli / chi solleva lamenti all’Eterno?» . E , vaticinando il futuro riscatto, prorompe in una delle cabalette verdiane più potenti: «Ecco rotta l’indegna catena/piomba già sulla perfida arena/ di lione di Giuda il furor». 
Scossi e rincuorati ecco allora che tutti  cantano: «Oh qual foco nel veglio balena/ sul suo labbro favella il Signor/sì fia  rotta l’indegna catena/già si scuote di Giuda il valor». Ma adesso l’indegna catena da spezzare è il ‘coronavirus Covid 19’. 
C’è bisogno- ammonisce il premier Giuseppe Conte - di restare in casa per molti altri giorni, fino al 4 maggio. Per non sprecare i sacrifici già fatti. Finora molti, troppi secondo gli esperti, hanno disatteso il divieto, mettendo a rischio l’intera comunità. Da oggi si vedrà se la ragione e il dovere morale di rispetto per i morti - ieri venerdì altre diciannove vittime a Parma - hanno convinto le mascherine ribelli a desistere. Difficile. Ma chissà.