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EDITORIALE

Demagogie contrapposte e decisioni europee

di Domenico Cacopardo -

14 aprile 2020, 08:38

Demagogie contrapposte  e decisioni europee

Non è da ieri che l’Italia è percorsa da demagogie contrapposte e in qualche caso concorrenti. L’ultima opportunità per una loro occupazione dei media è stata la riunione virtuale dell’Eurogruppo, svoltasi giovedì scorso, 9 aprile.
Non ci accomoderemo al seguito dei demagoghi, ben sapendo che, come dimostra la Storia, le demagogie sono nemiche della verità e, perciò, della democrazia. 
Cercheremo di formulare un’analisi dei risultati raggiunti il 9 aprile sui punti, quattro, in discussione, in modo da facilitarne la comprensione. 
Ci sono un quinto e un sesto punto, che vanno però trattati in via preliminare. Dopo qualche incertezza, la Bce ha avviato un programma di acquisto titoli per 900 miliardi di euro: esso serve a sottoscrivere, appunto, titoli sovrani e non, calmierando interessi e spread. Senza un tale programma sarebbe stato e sarebbe difficile se non impossibile trovare sottoscrittori dei titoli dello Stato italiano (questione che dovrebbe essere ben presente ai tanti parlatori nostrani). Di pari importanza e natura, è la decisione Ue di sospendere la vigenza del Patto di stabilità, permettendo all’Italia di adottare provvedimenti di spesa senza vincoli di deficit e di debito (su Pil). Nessuno rammenta, però, che i fondi di cui parliamo e i debiti relativi dovranno a un certo punto essere restituiti. 
Veniamo ora al primo dei quattro punti: si tratta di «Sure», il fondo -diciamo così- simil Cassa integrazione dotato di 100 miliardi di euro da erogare a tasso agevolato ai paesi che ricorreranno allo strumento, fra cui l’Italia. Il fondo sarà alimentato da titoli emessi dall’Unione, dietro garanzia dei paesi che la compongono. Più o meno gli innominabili (per il Nord-Europa) eurobond. La quota dell’Italia dovrebbe raggiungere l’equivalente di un punto di Pil (tra i 15 e i 20 miliardi). Un buon risultato.
Vi si aggiunge la linea di credito di 200 miliardi, disposta dalla Bei (Banca europea investimenti) e volta a fornire garanzie e a finanziare le imprese. 
Un fondo non intermediato, per fortuna, dallo Stato. Irrorerà, direttamente le aziende capaci di presentare progetti convincenti. Il che non è da tutti, ma da pochi, bravi e capaci. Il terzo strumento è il Mes, l’oggetto di contestazioni nella maggioranza e nell’opposizione. Il rifiuto del Mes trova fondamento nella presunta macelleria sociale da esso praticato, con una troika di esperti, in Grecia. Niente di più falso. La Grecia, con e dopo le Olimpiadi del 2000, aveva falsificato i conti pubblici. Era fallita. In pieno default. Non sarebbero stati pagati gli stipendi nel pubblico impiego. Se non fosse intervenuto il Mes la tragedia sarebbe stata totale. Certo l’intervento del Mes era condizionato a una politica di dure riforme per ristabilire l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito. Un governo di sinistra, alla fine, di fronte all’evidenza dovette accettare le condizioni e ricorrervi. Oggi, come si può facilmente constatare, la Grecia è in bonis e ha ripreso la strada dello sviluppo, al lordo del Corona Virus. Il suo ritmo è ben superiore all’asfittico ritmo italiano. Vediamo il Mes dell’oggi. Esso si finanzia con emissione comunitaria, il cui ricavato verrebbe riversato sui paesi dell’eurozona. Per l’Italia si tratterebbe di 36 miliardi (quasi due punti di Pil) contro una sottoscrizione del fondo per 14 miliardi. L’unico vincolo per accedere al Mes (che esiste dal 2012) è che i suoi quattrini siano destinati al finanziamento dei costi sanitari diretti e indiretti derivanti dal Covid-19.  Quindi, è stata creata una linea di credito senza condizioni per le spese sanitarie. Basti quanto detto per mostrare quanto sia strumentale, irragionevole e demagogica la posizione ostile a esso, nella formulazione odierna.
Il quarto strumento esaminato e approvato dall’Eurogruppo, su proposta francese, sostenuta dall’Italia, è la creazione di un fondo di 500 miliardi per la ricostruzione europea, che supporti gli Stati membri, finanziato con obbligazioni comuni, quindi un principio di Eurobond. Si chiamerebbe Fondo europeo per la Ripresa (FeR) e sarebbe temporaneo, mirato e di importi commisurati ai costi straordinari della crisi. Per attivarlo, oltre all’approvazione dei governi (che dovrebbe esserci, visto il consenso dei ministri dell’economia), ci vorrà tempo. Ma va detto che anche per mettere in moto la ripresa ci vorrà tempo e noi italiani sappiamo bene che non contano tanto gli stanziamenti, quanto le disponibilità al momento di spendere. Quindi, su questo punto occorrerà lavorare, ben sapendo che si parte dalla messa a punto del 9 aprile. Certo, ci vorranno approfondimenti, anche perché il partito degli investimenti comunitari (nel senso di un piano di investimenti intestato all’Unione, senza l’intervento funzionale degli Stati) fortunatamente è vivo e vegeto. A noi italiani risparmierebbe i tempi biblici di una pubblica Amministrazione votata all’immobilismo.
Insomma, il bicchiere del 9 aprile è mezzo pieno. Occorre però ricordare che l’Unione è un consorzio di interessi e che la solidarietà non è un valore spendibile in sede comunitaria. È interesse dell’Europa l’intestarsi le misure necessarie alla ripresa delle nazioni che la costituiscono. Qualcuno giorni fa, s’è lasciato sfuggire che i quattrini di cui parliamo dovranno essere restituiti. Voce dal sen fuggita più ritirar non puoi.
Ma l’Italia non chiede charity. Chiede, anzi pretende, che lo strumento comunitario, di cui è componente essenziale, sposi e tuteli gli interessi comunitari, all’interno dei quali ci sono quelli delle nazioni. Non altri: gli interessi comunitari alla permanenza dell’Unione, al suo sviluppo economico e sociale. A beneficio dei suoi cittadini.