Sei in Editoriale

EDITORIALE

Italia-Olanda e le relazioni (internazionali) pericolose

di Augusto Schianchi -

15 aprile 2020, 12:00

Italia-Olanda  e le relazioni (internazionali) pericolose

Appena laureato venni assunto in Unilever (la multinazionale anglo-olandese che vende migliaia di svariati prodotti di consumo - dai detersivi ai formaggini - in tutto il mondo). Il capo del personale (italiano) mi accolse con un discorsetto beneaugurante: “Gli olandesi sono brave persone, non hanno mai fatto guerra a nessuno, sono grandi venditori, beneducati; dicono che la margarina è più buona del burro, ma son brave persone”. 
In questi giorni abbiamo scoperto che non è così: gli Olandesi sono i cattivi e non vogliono essere solidali con noi, che siamo stati colpiti duramente dal coronavirus. Qualcuno l’ha messa sul filosofico, gli Olandesi sono protestanti perché interpretano in modo diverso la lettera di San Paolo ai Romani; qualcun altro aggiunge che in tedesco la parola debito equivale a colpa. 
Ma è proprio così? Forse, però andrebbe aggiunta una considerazione. Il premier olandese, liberale, guida un governo assediato da una destra sovranista e antieuropea; ha virato a destra per non trovarsi scoperto alle prossime elezioni. Deve fare la parte del cattivo per sopravvivere politicamente. 
In Italia abbiamo già avuto esperienza di questa rincorsa della politica verso le ali estreme.
Il nostro premier sta andando verso questa direzione, con affermazioni del tipo «io non firmo», «faremo da soli». Non crediamo che questo sia il modo corretto, rispetto ai nostri interessi nazionali di lungo termine. Bisogna rispettare le dialettiche interne degli altri paesi, perché anche lì le spinte sovraniste stanno dilagando. Nel 1975 nel Regno Unito venne indetto dai Laburisti un referendum sull’adesione all’Unione Europea. Vinse ampiamente il remain.
Dopo 4 anni la signora Thatcher vinse le elezioni e cambiò radicalmente atteggiamento. La sua politica verso l’Europa fu quella di frenare per qualsiasi iniziativa di progresso; non solo, ma sbandierò lo slogan «voglio i miei soldi indietro». Questo portò all’avvelenamento dei pozzi, e 35 anni dopo, il suo sogno di andarsene si è realizzato. Anche nel nostro paese, da ormai 10 anni è emersa, talvolta strisciante ma anche a cielo aperto, una spinta contro l’Europa. In parte in buona fede, perché oggi l’Europa è ben lontana dal progetto ideale del Padri fondatori. In altri casi in piena malafede, cioè in piena consapevolezza che l’Italia fuori dall’Europa sarebbe al disastro. Forse abbiamo dimenticato che il primo passo dell’Italia verso l’immane tragedia della seconda guerra mondiale è avvenuto l’11 dicembre del 1937, quando l’Italia uscì dalla Società delle Nazioni. Anche allora vi era una qualche ragione per dibattere, ma quando esci, sbattendo la porta, hai sempre torto.
L’accordo siglato giovedì scorso a Bruxelles comporta finanziamenti per la Banca Europea degli Investimenti, per il Sure (cassa integrazione e assicurazione per i lavoratori), per il Mes senza condizioni (che quindi dovrebbe cambiare nome) per sostenere l’assistenza sanitaria a fronte del Covid 19. Il punto centrale, che dovrà essere discussa nella prossima riunione dei capi di governo dell’Unione Europea il 23 di aprile, è stata la proposta francese, di creare un Fondo finanziato da obbligazioni comuni per finanziare il rilancio dell’economia, una volta superata l’emergenza sanitaria. Nel frattempo la Banca Centrale Europea interviene quotidianamente per coprire i fabbisogni pubblici dei singoli paesi.
Saranno Francia e Germania a mediare il confronto tra i diversi stati. La dotazione del Fondo sarà all’inizio modesto, per un PIL europeo di 12 mila miliardi di euro, in attesa di avere idee più chiare su come evolverà la ripresa economica post-Covid 19. L’Italia si troverà in Europa nella posizione più debole a causa del suo debito. Assumere in quella sede una posizione aggressiva, potrà essere non solo una pessima scelta di relazioni internazionali, ma gravida di pericolose conseguenze.