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EDITORIALE

Von der Leyen: bene le scuse, ma è il tempo delle decisioni

di Paolo Ferrandi -

17 aprile 2020, 09:05

Von der Leyen: bene le scuse, ma è il tempo delle decisioni

Le scuse all'Italia della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sono arrivate, in modo pubblico e solenne, durante la plenaria del Parlamento europeo tenuta a Bruxelles e non a Strasburgo, con molti degli eurodeputati collegati in videoconferenza, a causa del lockdown causato dal Coronavirus. 
«É vero – ha detto la von der Leyen – che molti erano assenti quando l’Italia ha avuto bisogno di aiuto all’inizio di questa pandemia. Ed è vero, l’Ue ora deve presentare una scusa sentita all’Italia, e lo fa. Ma le scuse valgono solo se si cambia comportamento. C'è voluto molto tempo perché tutti capissero che dobbiamo proteggerci a vicenda. Ma ora Ue è il cuore pulsante dell’Ue».
Mai come questa volta le parole non sono solo parole, ma anche azioni, in questo caso promesse, come quelle contenute nell’affermazione che «le scuse valgono solo se si cambia comportamento». Ed è proprio da qui che bisogna partire per capire la difficile partita che aspetta i leader europei giovedì prossimo quando si ritroveranno 

in una riunione in videoconferenza per discutere della richiesta dei paesi mediterranei – con la Francia e l’Italia in testa –   di emettere dei recovery bond capaci di evitare che la recessione causata dall’epidemia penalizzi troppo le nazioni che, a causa di un debito pubblico maggiore, hanno meno capacità di spesa. Nelle parole molto tecniche della von der Leyen, i leader dovrebbero trovare una soluzione per fare in modo che una pandemia «simmetrica» (cioè che colpisce tutti nello stesso modo) non si trasformi in uno «choc economico asimmetrico» (cioè che colpisce molto di più i Paesi, come il nostro, più fragili). Per questo, nota la presidente Ue, «la coesione e la convergenza saranno ancora più importanti del passato». 

La soluzione dovrebbe portare a un qualche tipo di mutualizzazione del debito che sterilizzi, appunto, le fragilità dei «paesi cicala». Una mutualizzazione che è importante non solo per una questione di costi – visto che il debito avrebbe garanzie migliori –, ma anche per il fatto che non entrerebbe nel calcolo del debito pubblico del singolo Stato che in questo modo non arriverebbe a quella percentuale, sopra il 150% del rapporto debito/pil, ritenuta dagli investitori tale da far pensare a un default inevitabile. Una condizione che per l’Italia sarebbe devastante e che purtroppo non è improbabile raggiungere se dovessimo fare da soli. 

Il problema è tutto qui, cioè come raggiungere questo obiettivo senza che i Paesi del Nord protestino per il fatto di dover salvare i poco previdenti Paesi del sud. Una linea di pensiero, questa, che rende impossibile anche solo esplorare la via diretta di emettere un debito comune. La soluzione che la von der Leyen delinea è, quindi, molto più curvilinea e, sicuramente, ha bisogno di più tempo per essere sviluppata. Infatti, l’idea è quella di usare il bilancio dell’Ue – ancora in alto mare perché deve scontare la Brexit – per varare una specie di piano Marshall europeo. In questo modo dovrebbe essere la Commissione a emettere gli eurobond (chiamandoli in altro modo per non urtare la sensibilità dei «paesi formica»), raccogliere soldi sui mercati e distribuirli ai governi. Un piano, come si vede, di lungo periodo, anche se la von der Leyen promette di anticipare i fondi «con un “front loading” (cioè facendo partire la maggioranza dell’erogazione del prestito all’inizio) per partire subito con gli investimenti». E un piano tutt’altro che scontato, visto che un conto è la Commissione e un conto sono i governi e che, alla fine, sono questi ultimi che decidono in base, principalmente, all’interesse nazionale.

Per garantire l’appoggio politico alla Commissione il Parlamento c’è una mozione – chiaramente non vincolante – proposta dalla gran parte del Ppe (centrodestra), Pse (centrosinistra), Renew Europe (macroniani) e Verdi in favore del Recovery Fund. E questo apre un ulteriore problema in Italia perché di questa alleanza trasversale non fanno parte né la Lega e Fratelli d’Italia, che del resto sono all’opposizione, ma nemmeno il Movimento 5 Stelle che della maggioranza fa parte. Insomma, per Giuseppe Conte si profilano giorni molto complicati e le scintille della maggioranza sul possibile utilizzo del Mes – con condizionalità minime – probabilmente ne sono solo l’antipasto.