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EDITORIALE

I litigi della politica e la totale incapacità di prendere decisioni

di Aldo Tagliaferro -

19 aprile 2020, 09:07

I litigi della politica e la totale incapacità  di prendere decisioni

Nei momenti critici, quando si rendono necessarie risposte responsabili, si rivela la natura autentica delle persone ma anche - forse soprattutto – della comunità. L'Italia, che spesso esprime scelte individuali geniali ma il più delle volte è un soggetto approssimativo, è alle prese come tutti con un'emergenza di tale portata e complessità che esprimere un giudizio complessivo su come è stata gestita andrà fatto a bocce ferme. 
Due vizi antichi, però, sono già emersi. E investono la classe politica. Partiamo dal primo, l'incapacità di comprendere il senso del bene comune. È possibile che nemmeno di fronte a un'epidemia che ci è costata (finora) oltre 23mila morti e un tracollo del Pil stimato finanche al 20% non si trovi la dignità prima ancora che il coraggio di fare fronte comune davanti a un virus che non è né di destra né di sinistra? 
Alla fine della guerra (il paragone è doveroso: ieri il commissario Arcuri ci ha ricordato che il coronavirus ha ucciso in due mesi più civili in Lombardia di 5 anni di conflitto) questo Paese fu rimesso insieme da anime diametralmente opposte, cattolici e comunisti, socialisti e repubblicani, e si seppe poi ricompattare nella notte più buia della Repubblica ai tempi del rapimento Moro. Oggi, mentre i cittadini denotano una civile osservanza al lockdown, il palazzo invece non ce la fa: ammessa ma forse non concessa la dialettica tra maggioranza e opposizione, sono addirittura i rispettivi schieramenti a essere incapaci di compattarsi, a destra come a sinistra. Non è una questione di etichetta: questo atteggiamento non ci aiuta, ad esempio, a portare una voce autorevole in Europa al tavolo delicatissimo che deciderà con quali strumenti provare a ripartire tra Mes, recovery fund ed eurobond. 
E infatti lo spread sui titoli di Stato – un termometro di facile lettura sui mercati – sta penalizzando molto più l'Italia della Spagna, che pure ha un potenziale inferiore al nostro e sta affrontando una sfida molto simile in termini di contagi e vittime: in un mese i rendimenti del Btp decennale sono peggiorati crescendo di quasi il doppio rispetto ai Bonos iberici. Peggio: c'è anche chi non riesce a essere d'accordo nemmeno con sé stesso: ancora il 13 aprile il presidente della Lombardia Attilio Fontana invitava tutti a "comportamenti rigorosi" per contenere i contagi, il 15 parlava già di riaprire tutto...
Secondo tasto dolente: l'innamoramento per commissari, commissioni e task force. Ora, se c'è un elemento positivo in questa pandemia è che dopo anni di terrapiattismo imperante si è riscoperto il valore degli «esperti», di scienziati e studiosi che parlano a ragion veduta e che erano scomparsi dai radar televisivi. Bene, ma se la politica è costretta ad affidarsi in maniera ormai incontrollata ai tecnici (ben cinque le task force che fanno capo a governo e ministeri, senza contare quella della Protezione civile, i due commissari e una trentina di pool che riportano alle Regioni) significa che di competenze ce ne sono ben poche. Eppure le strutture dei ministeri sono tutt'altro che snelle, ci saranno pure figure già pagate - da noi peraltro - in grado di affrontare le emergenze. 
Negli altri Paesi, se fate caso, gli esperti sono pochissimi e selezionati (ma anche in Veneto, che non a caso ha ben gestito la crisi), da noi si fatica perfino a contarli tutti. 
Se poi ci si affida a un manager di notevole spessore come Vittorio Colao per la famigerata «fase 2» e gli si affibbia un «agile» board con 17 teste (pare che Kennedy ritenesse un comitato «dodici persone che fanno il lavoro di una») senza peraltro capire di quale reale spazio di azione goda, ecco che il quadro si fa davvero caotico. E ci racconta di un Paese inguaribilmente bizantino, carico di sovrastrutture che si traducono in burocrazia fine a sé stessa (chiedetelo a qualsiasi impresa). E anche far avere i 600 euro di bonus per il mese di marzo si è rivelata un'impresa completata solo dopo la metà di aprile. Del resto se l'ultimo «Global Business Complexity Index» ci vede – noi che siamo nel G7 - al 24° posto su 76 tra i Paesi più complicati, peggio di Vietnam e Costa Rica, ci sarà pure un motivo.  Eppure, se solo lo volessimo, proprio da questa emergenza dolorosa dovremmo trovare il coraggio di fare la cosa più utile per l'Italia: semplificarla.