Sei in Editoriale

EDITORIALE

La politica frena ma la vita reale ha voglia di ripresa

di DOMENICO CACOPARDO -

20 aprile 2020, 10:58

La politica frena ma la vita reale ha  voglia di ripresa

È lecito affermare, a istruttoria appena iniziata, che con il 2020 e il suo coronavirus, il Novecento, il secolo «innominabile» (secondo la felice espressione di Cesare De Michelis) si sia concluso. Come s’è conclusa la prima Repubblica, di cui l’impostura della seconda è stata la decadente continuazione. Un secolo «innominabile» perché, nella sua brevità, ha dato al mondo una serie interminabile di guerre feroci, le persecuzioni politiche e razziali (segnatamente Gulag e Lager), i gas bellici, la bomba atomica. Per noi italiani, la prima e la seconda Guerra mondiale, la guerra di Libia, il conflitto con l’Etiopia, le persecuzioni in Libia, l’intervento in Spagna contro la legittima Repubblica, la Resistenza, e, infine, il terrorismo. Di altra natura, ma non meno feroce e inumana, la guerra che la criminalità organizzata, ormai assurta a potenza planetaria mercé il lucroso traffico di droghe, conduce contro la Stato, atteggiandosi essa stessa ad antistato. In politica, dopo la fine dello Stato liberale, la cui ultima prestigiosa personificazione fu, nel bene e nel male, Giovanni Giolitti, e del fascismo, la Repubblica democratica, nata dalla lotta di Liberazione e dai partiti. Assurti a soggetti di rilievo costituzionale, i partiti erano lo snodo, il mezzo di comunicazione costante tra le istituzioni e il popolo. Una sorta di rappresentanza collaterale, ma fondamentale, al Parlamento. Molti di noi, che hanno attraversato il secolo «innominabile», ricordano bene l’evoluzione del sistema che, in definitiva, ne determinò la grande crisi del ’92 (Tangentopoli). 
Tuttavia, a ben guardare ciò che venne dopo, la Seconda finì per perpetuare la Prima Repubblica e i suoi vizi, talché è impossibile sostenere che nel trentennio che ci conduce all’oggi il clima morale del Paese sia mutato e che il riscatto delle istituzioni politiche sia maturato. Anzi, con il Porcellum, la legge elettorale del 2005, si ruppe definitivamente quella parvenza di legame che sin lì si poteva scorgere tra rappresentati e rappresentati. Il potere dei partiti, anzi delle oligarchie che li dominavano (il partito personale di Berlusconi, e i partiti ex democristiano ed ex comunista), si istituzionalizzò e assunse la sostanza di un regime. Dal 2005 nessuno -nemmeno il Pd forza di maggioranza governativa-, infatti, ha, nel modificare la legge elettorale, inciso sul «vulnus» inferto alla democrazia: la scelta dei candidati e dell’ordine di presentazione (che diventa poi ordine di elezione) da parte dei capi-partito. Una garanzia della fedeltà degli eletti (che tuttavia ha dato vita al più grande fenomeno di trasformismo della storia d’Italia) e un divorzio dagli elettori, privati della facoltà fondamentale di scegliere i propri rappresentanti.
Un punto questo che è alla base dei successivi fenomeni degenerativi, primo fra tutti quello grillino.
Oggi, nel pieno della pandemia da coronavirus, mentre si manifestano pallidi ma coerenti segni di una discesa della curva dei contagi, possiamo cominciare a renderci conto che il virus ha spazzato via ciò che sino al 30 gennaio 2020 ci sembrava normale svolgersi della vita sociale, economica, culturale, in una parola civile. Lo si legge spesso senza valutarne il significato profondo: domani molto, proprio molto cambierà. E non mi riferisco alle abitudini quotidiane. Mi riferisco, prima di tutto all’assetto del sistema produttivo, della sanità, dei rapporti sociali. 
Quando venne a morte Gelone, il sanguinario tiranno di Siracusa, tutto il popolo si riversò, festante, per le strade. Solo una vecchina rimase seduta sullo scalino del suo tugurio, piangendo. Un capannello di persone si fermò intorno a lei e un giovane le chiese: «Nonnina, non sei contenta della morte di Gelone? Perché piangi?» Lei, semplicemente, rispose: «Sono come voi felice della scomparsa del tiranno, ma piango perché penso a chi verrà dopo di lui.»
Non sono pochi né scarsi i segnali inquietanti sul futuro. Il primo riguarda il serpeggiante desiderio di tornare a uno Stato padrone, come quello di cui fu, in un altro contesto storico, protagonista l’Iri, la finanziaria delle imprese pubbliche. Il secondo fa riferimento al rafforzarsi di un assistenzialismo spicciolo volto ad accontentare clientele parassitarie più che veri bisognosi. Il terzo si manifesta con la confusione sulla politica finanziaria. Qualcuno sostiene che dovremmo rifiutare il contributo dell’Europa, che ci sarà, per procedere a emissioni di titolo del Tesoro. Un’illusione pericolosa, una menzogna, visto che i titoli italiani hanno oggi corso solo per il soccorrevole intervento della Bce. 
Nella vita reale, ben lontana da quella politica, c’è invece voglia di ripresa. Di lasciare andare, di liberare lo «slancio vitale», l’«élan vital» di Henri Bergson, che anima molta parte, soprattutto la più giovane e creativa, degli italiani. Essi possono dare vita a un nuovo umanesimo, il valore che nel secolo «innominabile» è stato così depresso da trasformarsi in ferocia. Un umanesimo basato sui talenti, sulla voglia di riprendersi («l’élan vital), sulla capacità di tornare protagonisti sulla scena europea e mondiale. 
Per farlo ci vorrà meno Stato, meno burocrazia, meno politica. Più rispetto per il lavoro e i lavoratori. Più rispetto per i valori fondanti di una società democratica. 
In definitiva, voi -non io che mi appresto a compiere 84 anni- potrete andare incontro a una nuova «Rinascenza» al risveglio dell’economia, della produzione, del commercio e, infine, delle arti. Voi lo avete a portata di mano questo processo che sarà almeno decennale, ma che non deve essere perseguito con tenacia. 
Dovete crederci per esserne protagonisti.