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EDITORIALE

Il pasticciaccio brutto delle mascherine

di Paolo Ferrandi -

11 maggio 2020, 09:33

Il pasticciaccio brutto delle mascherine

«Per ridurre le code davanti ai negozi uno degli ultimi sistemi adottati è riferito da Leonid Abalkin, membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze dell’Urss: "Prendiamo, per esempio, le salsicce", scrive l’accademico. "C’è il tipo normale che costa 2 rubli al chilo e c’è il tipo di qualità superiore a 4,50 rubli al chilo. Davanti ai negozi che vendevano queste ultime c’erano sempre lunghe code. Abbiamo raddoppiato il prezzo (9 rubli al chilo) e la situazione è totalmente cambiata"». Questo è un aneddoto di storia sovietica raccontato da Aldo Buzzi, uno dei grandi dimenticati del ‘900 italiano, e ripreso dello scrittore Paolo Nori qualche giorno fa sul suo blog. 

È assolutamente probabile che Nori volesse in qualche modo alludere – per antifrasi, cioè dicendo le cose al contrario di come stanno – alla polemica sul prezzo imposto delle mascherine che sta attraversando in questi giorni l’Italia. Infatti, la decisione presa dal Commissario straordinario all’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, di fissare il prezzo delle mascherine a 0,50 euro (più iva, quindi 0,61 euro per essere pignoli), un prezzo molto basso considerate le attuali condizioni di mercato, ha avuto lo stesso effetto dell’aumento sconsiderato del prezzo delle salsicce premium nell’allora Unione Sovietica. Solo che ha fatto scomparire non le file, che anzi potrebbero aumentare se solo le mascherine a quel prezzo fossero disponibili, ma, appunto, la merce stessa, cioè le mascherine. 

E d’altronde era difficile che accadesse altrimenti, dato che in questi tempi di pandemia se esistono merci scarse – e dunque soggette ad aumenti anche speculativi di prezzo – sono proprio i Dpi, cioè i dispositivi di protezione individuale come guanti, camici, mascherine e così via. Una scarsità tra l’altro aumentata dallo stesso soggetto che ha deciso il prezzo, cioè la struttura che sta gestendo le difficoltà logistiche generate dall’epidemia, diretta appunto da Arcuri, che ha fatto enormi acquisti di questo tipo di merce con contratti, tra l’altro, resi opachi dalle procedure di emergenza e che ha operato con metodi – sequestri e requisizioni – da economia di guerra. Tutto assolutamente corretto, per carità, data la drammatica situazione in cui ci troviamo, ma che non poteva non influire sulla fissazione dei prezzi. Insomma, un bel pasticcio che forse poteva essere evitato cercando, se possibile, di aumentare la disponibilità della merce stessa sia cercando di agevolare la produzione nazionale, sia rendendo più semplici, per quanto possibile, le importazioni. Quando un bene non è più scarso, infatti, il prezzo tende a stabilizzarsi verso il basso, sempre che non ci sia un cartello di imprese che si accorda per mantenerlo alto. Ma non è questo il caso.

Non che sia una cosa facile, visto che si tratta di merce che ha specifiche tecniche stringenti e che deve essere certificata per essere veramente utile. Non per una questione burocratica, ma   perché se una mascherina certificata per un certo uso non protegge abbastanza, la persona che la indossa non viene salvaguardata adeguatamente e corre il rischio di ammalarsi. E questo aumenta ancora la confusione, visto che buona parte della produzione nazionale non ha ancora – o non riesce a raggiungere – la certificazione. Una situazione che potrà essere risolta solo con il tempo, facendo investimenti nelle macchine che servono per confezionare le mascherine (quelle fatte a mano sono troppo care per un uso di massa) e nella produzione di materiali con potere filtrante adeguato. Una cosa che non si improvvisa in 15 giorni, purtroppo.

In conclusione, vorrei ricordare le buone intenzioni di Arcuri che si è un po’ risentito, sono parole sue, con i «liberisti che emettono sentenze quotidiane da un divano con un cocktail in mano». Il commissario, candidamente e con un po’ di retorica, ha detto che il prezzo a 50 centesimi a mascherina era stato deciso, dopo un’analisi dei costi, per fare in modo che un’ipotetica mamma, andando in farmacia con un euro, potesse acquistarne «una per sé e una per il suo bambino». Solo che la semplice analisi dei costi non ha tenuto conto della situazione attuale e così, almeno per ora, le mascherine sono scomparse. L’ennesimo esempio di quella che con un parolone chiamiamo «eterogenesi dei fini», cioè il fatto che non è detto che le intenzioni buone, che non tengono conto delle specificità del contesto di mercato, alla fine producano effetti altrettanto buoni. Anzi di solito è vero il contrario. Come insegna la storia dell’Unione sovietica.