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EDITORIALE

Le nostre vite segnate dal dolore

di VITTORIO TESTA -

13 maggio 2020, 08:39

Le nostre vite segnate dal dolore

Da oggi Parma è una città che insieme a tutta la provincia tira un sospiro di sollievo. Nei comunicati diffusi ieri, per la prima nessun morto di Covid 19, il pandemico virus che ha infettato il mondo e gettato tutti quanti noi, anche se asintomatici di questo coronavirus, nell’umiliante condizione di  inermi testimoni di una tragedia collettiva illuminata soltanto da medici e infermieri, poliziotti, volontari, Croce rossa e altri pochi valorosi cittadini. Dunque una buona notizia, finalmente, in questo tempo dal futuro tutto nelle mani di Dio, del caso, del destino, meglio se non in quelle di certi uomini. Che si gioisca per l’annuncio parmigiano già contiene in sé la misura della disperazione del momento. 
Un po’ come se dovessimo rallegrarci pubblicamente perché ogni giorno sorge il sole.  Ma è invece terribile questa la nostra nera stagione dei trentunomila morti in ottanta giorni. Tutti scanditi dal computo funebre quotidiano. E noi dapprima increduli, poi dubbiosi e infine angosciati davanti a giornali, tv, radio, social. Mattina, mezzogiorno, sera e notte abbiamo ascoltato – e ascoltiamo tutt’ora –  l’elenco giornaliero dei contagiati, dei malati più gravi, dei guariti e quello dei morti, cifra sempre preceduta dal «purtroppo», l’avverbio-faccia di circostanza. 
Fino a pochi giorni fa la linea del male era in costante ascesa, salvo qualche inciampo, a far sì che la tabella grafica assomigliasse al profilo del Resegone, dietro il quale, impossibile in realtà ma accaduto in poesia per Alberto da Giussano, «il sol ridea calando». Sono state solo lacrime per noi, finora. Il virus ha proceduto come  ispirandosi allo slogan della medaglia dell’amore di qualche anno fa: «Più di ieri, meno di domani».
E anche adesso che la situazione sanitaria sembra meno drammatica non c’è  tanto da stare allegri. Perché siamo prigionieri di noi stessi, le nostre vite sono state segnate dal dolore. Ciascuno di noi ha avuto un famigliare o un amico o un vicino di casa stroncato dal coronavirus. E il futuro ci appare un gigantesco punto interrogativo. Come reagiremo  nel momento del ritorno a vivere “normalmente”? Ora la forza del virus sembra essere diminuita o quantomeno meglio contrastata da medici e infermieri. E sentire che il  Covid 19 subisce qualche sconfitta ci fa sperare. Ma nell’insieme l’assuefazione al gusto delle notizie negative ha effetti pesanti.  Telegiornale, notizia d’apertura. Oggi il numero delle persone decedute (oh, questi incauti che decedono) cioè dei morti è di ben novantotto meno di ieri. Vale  dire che siamo scesi da novecento a ottocentodue.
Notizia terribile ma data nella maniera straripante, ininterrotta, gridata, sregolata, eccessiva, stordente e velenosa di oggi. Chiamiamo killer il virus: e noi saremmo gli sceriffi giusti per giustiziarlo? Siamo mitridatizzati da tempo, noi uomini della società dell’immagine divenuta la società dell’insulto e della violenza. Siamo immuni, nulla ci può turbare. I trentamila morti? È una folla biblica di assenti, si sa che la vita prima o poi finisce. E poi non lasciamoci prendere dalla tristezza, cambiamo un po’ canale, non c’è qualcosa  di allegro? Il silenzio. Il silenzio ci ha spaventati. Ci ha obbligati a raffigurare una vita diversa, meno negozi, meno spettacoli, meno tutto. E per molti sarà una tragedia. Già quest’estate, un’estate che invece – secondo il premier Giuseppe Conte, sé credente arbiter elegantiarum – sarà serena sia in montagna sia al mare, in ogni dove. In spiaggia con  otto metri di distanza tra un ombrellone e l’altro, in montagna niente cordate o passeggiate in gruppo e al ristorante i tavoli siano ben separati almeno da due metri. Parliamo di tutto, per non dire niente, polemizziamo con governo, partiti, maggioranza e opposizioni. 
Violenti e insensibili, aggressivi senza più autostima, ci avviamo verso uno scenario ignoto che potrebbe riservarci difficoltà enormi ma anche l’occasione per ripensare il futuro, creare una società migliore. Un Paese serio unirebbe tutte le forze possibili per far fronte alle enormità che dovremo affrontare. Lo dobbiamo a quei trentamila e più fratelli falcidiati dal virus, molti di loro  morti in una solitudine straziante. Ma diamo anche solo un’occhiata al dibattito politico in corso, e capiremo che la speranza sarà messa a dura prova.