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EDITORIALE

L'olismo di Platone e il ruolo dell'Europa

di Domenico Cacopardo -

20 maggio 2020, 08:33

L'olismo di  Platone  e il ruolo dell'Europa

L’Europa, anzi la Francia e la Germania battono un colpo e annunciano un’intesa bilaterale perché l’Unione ricorra al mercato per finanziare politiche comuni di rilancio economico. Un passo inatteso, che conclude una fase di discussioni preparatorie anche accese, durante la quale i paesi del fronte mediterraneo hanno fatto squadra. L’elemento più significativo dell’accordo è che 500 miliardi di euro saranno distribuiti «grant», un dono per gli stati che ne hanno maggiore necessità. Peraltro – e non poteva essere altrimenti – il «dono» sarà accompagnato da condizioni: espressione questa che ci interessa in modo particolare perché dei paesi europei sotto osservazione dal 2008, siamo gli unici a non aver provveduto ad adottare le riforme richieste dall’Unione. 
Quindi, oltre a un impegno di scopo (la sanità per il Mes) un impegno di merito politico: intervenire sulle istituzioni rendendole più coerenti alle esigenze di modernizzazione da tempo indicate.
C’è una questione ideologico-filosofica nella contrapposizione tra la visione olistica del mondo, cioè l’approccio unitario e complessivo, di cui il primo esponente fu Platone,  e il riduzionismo, che ritiene di poter giudicare il tutto attraverso le sue parti (Democrito). 
In parole povere: globalismo da un lato, sovranismo dall’altro. 
Ecco, senza girarci intorno: l’Unione è espressione olistica del continente europeo. In essa e con essa dovrebbero trovare soluzione i problemi degli stati.
Possiamo ora tornare alla novità di ieri. L’intesa franco-tedesca stabilisce un punto fermo in un processo che dura da tempo e che si è coagulato con il manifestarsi della crisi da coronavirus. Il tema del confronto è sempre il medesimo: deve o non deve l’Unione entrare in campo e farsi carico dei problemi economici (e sociali) delle nazioni? Bisogna dire che i contrari, il Nord-Europa vicino alla Germania, hanno svolto la funzione tattica di rallentare il processo, perché alla fine si raggiunga una soluzione di garanzia per tutti. Tuttavia, l’intesa sembra fortemente riduttiva rispetto alle attese iniziali: nella convinzione di dover mettere sul piatto della bilancia una somma comparabile a quella americana o cinese, si era parlato di un finanziamento di almeno 2.000 miliardi di euro. Questa cifra era considerata adeguata alla situazione ed erogabile come «loan», cioè come prestito accordato con le condizioni di favore che può spuntare sul mercato l’Unione e non un singolo stato come la Francia, l’Italia, la Spagna.
Occorrerà capire che fine faranno i 1.500 miliardi che mancano all’appello. Sul punto, ieri s’è espresso Valdis Dombrovskis (nella foto), il commissario lettone già rigorista, sorprendendo tutti con una dichiarazione aperturista (al «grant» e al «loan»).
In fondo, con questa intesa, l’Europa entra in un’altra fase della sua storia, molto vicina a una funzione confederale, sin qui temuta come la peste dai paesi del Nord (e dalla Francia). 
Essa diventerebbe un soggetto politico diverso, un «quasi-stato» che si farebbe carico di una sussidiarietà verticale (preceduta da una orizzontale: la partecipazione al rischio) analoga a quella esercitata dallo Stato italiano quando distribuisce i finanziamenti alle regioni. 
Il passaggio è difficile e, forse, tempestoso, giacché la funzione politica dell’Unione cambia le carte in tavola. 
Dal giorno successivo all’erogazione, se e quando verrà – comunque con grave ritardo –, del «grant» e del «loan», l’Unione avrà assunto il ruolo vagheggiato dagli europeisti e sempre contrastato dai riduzionisti: diventare cioè un soggetto terzo, con autonoma capacità di indebitamento e di spesa.
È, quindi, lecito lasciare in forse il «se», benché il cammino percorso in questi mesi sia epocale.
Una strada, quella intrapresa, che supera ed esclude i vincoli tabellari e regolamentari eccepiti a Bruxelles e nelle capitali. 
Se vince la politica, si cambiano senza battere ciglio regole e vincoli.