Sei in Editoriale

EDITORIALE / 2

21 febbraio-21 maggio Tre mesi, tre secoli

di Filiberto Molossi -

21 maggio 2020, 10:43

21 febbraio-21 maggio Tre mesi, tre secoli

Tre mesi. Le mascherine introvabili, le dirette di Conte, le bare sui camion, i biscotti nel forno, le riunioni via skype. Vi ricordate dove eravate quando è cominciato tutto? Era il 21 anche allora, ma di febbraio: un secolo fa. Io ero a Milano, l'ultima volta che è stata Milano: milioni di persone in giro, tanti stranieri, le vetrine illuminate. Abbracci, strette di mano, outfit  da fashion week: una metropoli incapace di fermarsi, prima ignara e poi incredula davanti a quella notizia,  «la notizia»: il paziente 1 a Codogno. Fu chiaro da subito però, almeno ai più attenti, che sarebbe cambiato tutto: ma ancora non avevamo idea  di quanto. Sul treno del ritorno verso Parma l'atmosfera era già pesante: silenzio nel vagone, le studentesse con il maglione tirato sul naso, guai a chi tossisce. Codogno, stazione di Codogno: speriamo non salga nessuno. 
Tre mesi. Gli amici morti, quelli che invece ce l'hanno fatta, il coraggio dei medici  e degli infermieri, andrà tutto bene o non andrà bene niente? Le serate terribili, «che qui moriamo tutti», le serate meravigliose, «che in qualche modo ci saltiamo fuori». Oggi quanti contagiati? Ieri quanti morti? La regina d'Inghilterra, i capelli di Mattarella, la violinista sul tetto, il Papa, da solo, in piazza san Pietro. Giorni da lockdown, di serrande abbassate, di cinema chiusi, di code per il pane, di strade deserte.
Tre mesi. Tre mesi di sirene, di ambulanze che sfrecciavano a ogni ora anche sotto casa mia, che sì presto bisogna fare presto: e sempre quel canto sinistro, quell'urlo d'allarme, quella nota ripetuta all'infinito, come una guerra. Sirene di giorno e di notte: la musica, stonata  e minacciosa, della paura. Quelle sirene ho cominciato a sentirle dappertutto: anche nella doccia, ogni mattina. Come se quel suono, quel disagio, quella tensione, si fosse infilato anche nelle tubature: e avesse contagiato, avvelenato, ogni cosa, anche l'acqua. Che scendeva sempre uguale e invece di lavare i pensieri si portava dietro quel rumore, quel grido.
Tre mesi. Le canzoni dai balconi, i film on demand, la serie su Netflix, Dylan e gli Stones. «Festeggiare» la Pasqua, compiere gli anni, uscire col cane, seguire (o fare) una diretta su Instagram: e un abbraccio, prima di dormire. Le code, lo smart working, il vaccino tra un anno, tra due, forse, non  so, chissà. Nemmeno il gelsomino sul balcone si fida di questa falsa primavera: eppure la curva che scende, le prime riaperture, il sorriso di tua madre. 
Tre mesi. Che se ci pensi è ancora lunghissima e c'è tanto da fare. Occorre molta prudenza, attenzione: convivere col virus non sarà facile, in molti casi  nemmeno piacevole. C'è ancora una montagna da scalare. Ma c'è fiducia che il peggio sia alle spalle, si intravede una luce, laggiù, in fondo al tunnel. Non sento più, da giorni, le sirene nella doccia: se ne sono andate come erano venute, non saprei dire esattamente quando. Ma tre mesi dopo il rumore è un altro: quello dell'acqua. E di una ritrovata, agognata, per quanto ancora strana e bizzarra, normalità.

filiberto.molossi@gazzettadiparma.it