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EDITORIALE

Manca un'alternativa: e a Conte conviene

di Luca Tentoni -

22 maggio 2020, 08:54

Manca un'alternativa: e a Conte conviene

Fra dieci giorni Giuseppe Conte potrà festeggiare i suoi due anni a Palazzo Chigi. Lo farà nonostante i contrasti nella maggioranza sul caso Bonafede, le divisioni fra i partiti, l'incertezza che avvolge il M5s (alla ricerca di equilibri e leadership future, individuali o collegiali che siano), oltre alla difficoltà di gestire la Fase 2 anche sul piano dei rapporti politici con le opposizione, come dimostrano i tumulti in Aula fra pentastellati e leghisti (ieri, alla Camera, quando si discuteva della sanità lombarda). Come ha scritto Stefano Pileri su queste colonne, quella di Renzi non è mai stata una minaccia credibile nei confronti del governo: «tregua doveva essere e tregua è stata». Un po' perché il partito dell'ex presidente del Consiglio cerca visibilità a tutti i costi, sfruttando ogni contraddizione che emerge nella maggioranza (è fortunato: non ne mancano) ma anche perché quando si alza la posta, prima o poi - per evitare brutte sorprese, anche in caso di «penultimatum» - un accomodamento di qualche tipo si trova sempre. 

Quello che è accaduto mercoledì in Senato, tuttavia, è servito a qualcosa: è stato dimostrato, con dichiarazioni chiare e pubbliche, che questo governo fragilissimo non può cadere, oggi, indipendentemente dagli scogli che gli si possono presentare sul percorso. È facile dire, come afferma Renzi, che Conte può essere sostituito in un quarto d'ora; è poi evidentemente più difficile farlo, se Iv ha scelto di non votare le due mozioni contro Bonafede. Il punto è che il «governo di solidarietà» da affidare a Draghi è ora prematuro e inopportuno: Conte lo sa, perciò mediando fra i partiti prosegue tranquillo. 
La Fase 2 è cruciale: in caso di seconda ondata del virus si riaprirebbe l'emergenza sanitaria (che, a dirla tutta, è molto attenuata ma non è finita, anche se gli italiani sembrano essersi psicologicamente «mitridatizzati» perché accolgono con una certa fatalità il fatto che ora muoia «solo» un centinaio di malati al giorno) che renderebbe impossibile cambiare governo e dar vita ad una crisi ministeriale con tanto di processione dei partiti al Quirinale e di dosaggi col bilancio del manuale Cencelli per fare un nuovo Esecutivo. Anche se tutto - sul piano sanitario - procedesse per il meglio, Conte e il suo quadripartito «giallo-rosa» avrebbero l'intera estate per proseguire la navigazione, sia pure con qualche abituale contrasto nell'equipaggio, soprattutto sul nodo delle risorse da spendere e da chiedere all'Unione europea. Il punto è che non sappiamo quando arriverà l'ondata alta e possente della crisi economica: per ora si avverte, ma purtroppo promette di essere più devastante di quel che si percepisce adesso. 
A quel punto, cosa si farà? Resteremo con un governo senza alternative - perché Salvini, Berlusconi e Meloni si rifiuteranno di farne parte o di sostenerlo - oppure si arriverà alla maggioranza di «larghe intese» con Draghi? E se sì, perché mai l'opposizione dovrebbe aderire ad un governo europeista (che deve chiedere aiuti all'Ue, non farle la guerra in nome di un nazionalismo che certi piccoli ma fastidiosi partners europei declinano benissimo, però ovviamente in chiave antitaliana, perché non si fidano affatto di noi)? E perché Salvini, che nel primo governo Conte era di fatto il presidente del Consiglio, dovrebbe entrare in un'impresa nella quale le sue forze parlamentari sarebbero meno determinanti - per tenere in piedi Draghi - di quanto sono oggi i voti di Renzi? E, ancora, perché il leader leghista, che ha già perso nei sondaggi un abbondante terzo della percentuale guadagnata alle europee 2019, dovrebbe entrare in maggioranza non tanto col M5s, ma con l'odiato Pd e in un contesto nel quale avrebbe pari dignità rispetto a Di Maio, Zingaretti, Berlusconi e persino a Renzi e magari a Calenda, per non parlare del fatto che un presidente come Draghi non si comporterebbe come uno qualsiasi, ma con i poteri e l'investitura mediatica e politica di un nuovo De Gaulle versione 1958? E se la Meloni facesse esattamente come il partito del quale FdI è diretto e orgoglioso erede - il Msi - restandosene all'opposizione «anti-regime» come nel '76-'79 fece Almirante? La Lega, che perde vistosamente voti verso FdI, è disposta a donare i propri voti alla Meloni e il sangue ad un governo filoeuropeista guidato da Draghi che non potrebbe attuare condoni fiscali e tagli drastici dell'Irpef, ma che verosimilmente sarebbe chiamato talvolta anche all’impopolarità? 
Molti, giustamente, dicono che il governo Conte, sorretto da pochi voti di maggioranza in Senato, non può affrontare da solo l'ondata. Ma l'unico soccorso che è in vista viene da Berlusconi: il solo inquadrato in un ambito europeista (quello del Ppe) e che forse i pentastellati sarebbero costretti ad accettare (dopo Tav e Mes, del resto, non sarebbe il primo cedimento in nome della «realpolitik»). Ma anche lasciare il monopolio dello scontento ai due partiti della destra sovranista e populista sarebbe un suicidio per i «governisti». Ecco perché passeranno tempo e acqua sotto i ponti prima di un nuovo governo: ci vogliono condizioni mutate, accordi, tessiture faticose che oggi non ci sono. Così, Conte guida quello che la Thatcher avrebbe definito un governo «Tina» («There is no alternative», ovvero «non c'è alternativa»).