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EDITORIALE

Caso Fca Polemiche pretestuose sul prestito

di Aldo Tagliaferro -

23 maggio 2020, 08:25

Caso Fca  Polemiche pretestuose sul prestito

C’è un virus in Italia - quello delle polemiche, meglio se pretestuose - per il quale pare proprio che il vaccino non si  trovi. Riesce a diffondersi anche all’interno di uno stesso schieramento  e, nei casi più perniciosi, perfino dentro lo stesso partito. Prendiamo il caso Fca, detonato in  settimana. In sintesi: Fca Italy (che alcuni politici continuano a confondere con la vecchia Fiat, ma il mondo con la globalizzazione e la crisi del 2008 è cambiato…) ha negoziato un prestito triennale di 6,3 miliardi di euro con Intesa Sanpaolo per il quale intende chiedere la garanzia statale prevista dal “decreto liquidità” pensato per aiutare le imprese costrette a uno stop forzato dall’emergenza coronavirus. Per fare questo Fca Italy, che produce e paga le tasse in Italia, oltre a negoziare con l'ente pubblico preposto (Sace) che il paracadute pubblico previsto al 70% per aziende di queste dimensioni salga all’80%, deve attenersi a quanto stabilito dal decreto, ovvero non erogare dividendi nel 2020 né riacquistare azioni proprie e  impiegare quel denaro per le attività italiane.
Per una filiera in ginocchio che vale oltre il 10% del Pil (e quasi 80 miliardi di cassa per l’Agenzia delle Entrate…) verrebbe da dire che l’operazione fila: un soggetto privato (Intesa) eroga, uno pubblico (Sace) garantisce e la più importante azienda italiana dell’automotive si finanzia a condizioni vantaggiose in un momento drammatico per la manifattura del Paese. E invece no, il dibattito anziché concentrarsi sull’automotive si dissolve nella consueta nube faziosa: amici e nemici di Fiat l’un contro l’altro armati. 
Per i primi il Lingotto incarna l’eroe che salva l’intera filiera (ma pagare i fornitori italiani è un dovere, non una gentile concessione), per i secondi il peccato originale è la sede legale della holding in Olanda, dimenticando in realtà che quella fiscale  - il vero oggetto del contendere - è nel Regno Unito.
Particolarmente feroci le critiche verso il Lingotto, per le quali sono stati  riesumati i trascorsi dell’Avvocato e anni di aiuti statali, accompagnate dalla richiesta di vincolare l'operazione al rientro della sede legale in Italia.
 Nessuno in questo surreale dibattito tra l’altro ha mai citato Sergio Marchionne, manager scomodo e geniale senza il quale oggi Fca nemmeno esisterebbe, che fu l'artefice del trasferimento e al tempo stesso uno che non ha mai chiesto una lira a Roma. Quell’operazione non viene compresa (o forse non si vuole comprendere) e se ne fa un uso strumentale: come ha riassunto con chiarezza sul Foglio il professor Dario Stevanato, «la fiscalità internazionale si basa sul "separate entity approach", secondo cui ciascuna società appartenente a un gruppo paga le imposte sugli utili nella giurisdizione fiscale in cui ha la residenza o una stabile organizzazione e... le normative di contrasto al "transfer pricing" mirano a impedire spostamenti dei profitti non giustificati sulla base delle funzioni svolte dalle diverse consociate». Insomma, non c'è erosione fiscale: la distribuzione di dividendi (già tassati) da una società a un'altra non è quasi mai oggetto di ulteriore tassazione.
C'è poi un'altra questione: si accusa Fca di ottenere un finanziamento a condizioni molto più favorevoli (il rating italiano è migliore) anziché ricorrere a prestiti infragruppo sebbene la cassa non langua soprattutto dopo la cessione di Magneti Marelli. E che male c'è? I quattrini li sgancia Intesa Sanpaolo, per cui tanto più solida è Fca tanto meno rischia lo Stato - che mette solo delle garanzie - di dover intervenire in futuro.
La questione Fca dilania la maggioranza (Pd in primis) rendendola curiosamente più protezionista delle stesse opposizioni, ma  imbarazza anche la destra sovranista, favorevole agli aiuti ma fieramente avversa contro i «paradisi fiscali» (cosa che l'Olanda non è): certo, la motivazione populista è di facile presa ma il problema semmai è a monte, ovvero perché la cosiddetta «Unione» europea consenta disparità di trattamento fiscale, a partire dall'Irlanda. Ma nel caso di una multinazionale basata in più continenti come Fca la scelta della sede legale ha a che fare soprattutto con questioni di governance.
E a proposito di Europa bisognerebbe anche ricordare che proprio Fca e Psa  stanno per dare vita a un campione europeo di cui questo continente ha urgente bisogno per fronteggiare Cina e Stati Uniti sullo scacchiere internazionale e John Elkann mercoledì ha inviato un messaggio chiaro: è pronto a rinunciare anche al finanziamento da 6,3 miliardi se questo fosse subordinato al divieto di concedere l'extra-dividendo previsto per la fusione nel 2021, segno che quel progetto è molto più importante del prestito con garanzia statale.
In conclusione, resta in Italia l'incapacità di concentrarsi sul nocciolo della questione, quello di sostenere l'industria del Paese anziché perdersi in polemiche. La questione - ci rendiamo conto - è delicata e anche i cugini d'Oltralpe in queste ore sono alle prese con la grana Renault, che pare intenzionata a risolvere un problema di sovraproduzione figlio del gigantismo di Carlos Ghosn con la chiusura di quattro stabilimenti francesi (e con lo Stato azionista al 15% non sembra una soluzione felicissima). Eppure ancora una volta lo spazio per le pulsioni demagogiche si trova, quello per una politica industriale seria invece no. Se pensiamo di risolvere il problema del settore - e della mobilità del futuro - con i bonus per i monopattini, difficilmente faremo molta strada.