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EDITORIALE

Emergenza coronavirus riforme e burocrazia

di Augusto Schianchi -

24 maggio 2020, 09:19

Emergenza coronavirus   riforme  e burocrazia

 La crisi del Covid 19 è stata una crisi devastante. Ma può essere l’occasione per avviare una serie di radicali riforme, che da decenni aggrovigliano il funzionamento dello stato.
 A seguito della crisi abbiamo fatto una ben nota scoperta: non basta intervenire contro la crisi assegnando risorse, anche in gran quantità. Resta il problema di far arrivare i soldi ai destinatari, per questo bisogna passare dalla burocrazia. 
La burocrazia dello stato italiano è stata a suo tempo disegnata con un obiettivo sacrosanto: impedire lo svilupparsi della corruzione. 
Gli strumenti sono stati: l’accentramento dei poteri gerarchici (ridisegnati 50 anni fa con l’istituzione delle regioni) e procedure burocratiche con tanti livelli di controllo. Secondo uno schema dove per comprare una penna biro ci vogliono almeno una ventina di autorizzazioni diverse. 
Questo complicato sistema burocratico è stato prontamente sfruttato dalla classe politica. La principale attività di un politico è diventata quella di portare avanti le pratiche burocratiche dei propri elettori, con i politici più intraprendenti che si sono organizzati con uffici efficientissimi. Andreotti docet. 
Le belle idee sono importanti. Ma per essere eletti ci vogliono i voti, che si raccolgono elargendo favori.
Questo sistema burocratico ha avuto anche un secondo effetto pernicioso: la ripartizione del potere pubblico tra tutti i gruppi politici, nessuno escluso, sulla base del proprio peso elettorale. 
Nella nostra repubblica, questa lottizzazione dello stato, è sempre stata una regola sovrastante, figlia illegittima del principio costituzionale di proporzionalità.
I risultati sono evidenti: la burocrazia non funziona, ed i poteri costituzionali (governo e parlamento) non sono in grado di concretizzare le proprie scelte, per la mancanza degli indispensabili “decreti attuativi” di emanazione burocratica. Si approvano leggi, anche eccellenti, che non vengono applicate, ma restano sospese talvolta per diversi anni.  
Questa inefficienza è trasversale e riguarda tutti i comparti pubblici, con esempi talora paradossali. Come il reddito di cittadinanza assegnato a condannati per reati di mafia. Fa sobbalzare che l’INPS non controlli in via incrociata ed automatica gli aventi diritto, in attesa dei controlli della Guardia di Finanza.
Oggi ci sono le condizioni per una radicale trasformazione della burocrazia, grazie ad un impiego esteso della digitalizzazione, con le relative banche dati in comunicazione tra loro (che oggi spesso non c’è!). La stessa Gazzetta Ufficiale dovrebbe essere pubblicata in formato digitale, senza il famigerato incipit dei “Visto l’articolo…”, ma sostituito da collegamenti ipertestuali. 
Abbiamo anche i programmi d’Intelligenza artificiale, che in automatico fanno emergere le eventuali “anomalie”. Esattamente come per i controlli nell’uso delle carte di credito. Questa scoperta di anomalie non deve più avvenire per caso, ma devono essere evidenziate in automatico. Questi programmi girano in tutto il mondo, con la gestione di miliardi di dati. Possono girare anche da noi.
Una riforma della pubblica amministrazione è possibile. Non è un problema tecnico-organizzativo, che si può affrontare con un adeguato supporto di consulenza professionale. La riforma della burocrazia, che si faccia o meno, è il frutto di una scelta politica, ben precisa e identificabile.
Questo vuol dire che i politici in futuro dovranno raccogliere il proprio consenso attorno alle proprie idee. E non semplicemente “ungendo le ruote”.