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EDITORIALE

Minneapolis, la rabbia che Trump non capisce

di Paolo Ferrandi -

04 giugno 2020, 08:34

Minneapolis, la rabbia che Trump non capisce

Sono giorni bui questi in America. E non solo per la pandemia da coronavirus che continua a mietere vittime, ma anche per la nuova ondata di proteste e disordini causati dall’ennesima morte di un afroamericano, George Floyd, nemmeno 50 anni, per il brutale comportamento della polizia durante il suo arresto. Alle proteste, per la maggior parte pacifiche durante il giorno, sono seguiti i saccheggi e i vandalismi, soprattutto nelle ore notturne, da parte di piccoli gruppi di manifestanti violenti, a volte infiltrati da bande di disperati e malviventi che hanno fiutato l’occasione per rubare con la quasi certezza dell’impunità. 

Per cercare di mantenere l’ordine la polizia – che negli States è pesantemente armata e militarizzata – ha usato tutto l’arsenale a sua disposizione: dai manganelli ai gas lacrimogeni ai proiettili di gomma che solo a parole sono considerati armi non letali, ma che provocano ferite gravi – a volte mortali – se sparati in modo indiscriminato.  In alcune città poi è intervenuta anche la Guardia nazionale, cioè l’ultimo gradino prima dell’intervento dell’esercito vero e proprio del resto minacciato da Donald Trump a più riprese e con toni sempre più stentorei, da presidente «Law and Order», «Legge e Ordine», come si è definito. Ma la situazione per ora non è tornata alla tranquillità e un’amica che vive a New York, una città che è stata lambita dalla protesta e dove ci sono stati anche saccheggi, racconta della strana sensazione di vivere in un quartiere che, dopo la calma irreale della quarantena squarciata dalle sirene delle ambulanze, sembra essere diventata una zona in guerra dove il rumore degli elicotteri che ti passano sulla testa è fortissimo e incessante.

È molto probabile che la forza delle proteste – e anche la loro violenza – con il passare dei giorni scemerà, soprattutto dopo il rito catartico collettivo dei funerali di Floyd – una complessa sequenza di cerimonie funebri che inizierà oggi a Minneapolis e terminerà martedì prossimo a Houston in Texas, passando per la North Carolina –, ma il problema razziale che le ha innescate non scomparirà per incanto. Solo qualche giorno prima della morte di Floyd, per dire, l’indignazione era stata fortissima per la morte di un altro giovane afroamericano, Ahmaud Arbery, ucciso mentre faceva jogging da un ex poliziotto – reinventatosi vigilante – perché «un nero che corre è sospetto».

Non si tratta di un problema di facile soluzione visto che alle basi sociali – che hanno un nome semplice, cioè «razzismo» anche se la parola fa sempre paura – si aggiungono profondissime disparità economiche, visto che chi è nero – o fa parte di altre minoranze svantaggiate – è sempre più povero del suo equivalente, per integrazione sociale e grado di istruzione, bianco.  In una società sempre più polarizzata tra chi è ricco (molte volte straordinariamente ricco) e chi è povero (molte volte straordinariamente povero) questo tipo di diseguaglianza non si cancella con i buoni propositi. Anche perché chi è povero e bianco si sente superiore di chi è povero e nero e, anzi, lo vede come un concorrente sleale visto che anche a lui sono destinate le scarse risorse che negli Stati Uniti sono stanziate per alleviare le disparità sociali.

In questa situazione esplosiva servirebbero leader capace di parlare alla Nazione, cercare di alleviare le ferite e ascoltare la rabbia e la paura di chi si sente un bersaglio sulla schiena solo per il fatto di avere la pelle nera. Poi, naturalmente, servono provvedimenti efficaci, ma anche le parole sono importanti. Peccato che Donald Trump non sia all’altezza del compito. In questi giorni si è distinto per una serie di dichiarazioni che hanno se possibile reso la situazione ancora più incandescente. A volte non sembra nemmeno rendersi conto del clima che sta vivendo il Paese. L’altro ieri, per esempio, nella sua continua polemica con il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, ha preso di mira suo fratello Chris – che è giornalista della Cnn – chiamandolo «Fredo», come il fratello scemo di Michael Corleone il figlio prediletto del Padrino, cioè di don Vito Corleone. Una caratterizzazione questa – italiani, quindi mafiosi – piena di stereotipi razziali contro una minoranza ormai completamente integrata e che, paradossalmente, molte volte lo vota. Ma questo non sembra turbarlo, visto che quando c’è l’opportunità di sfruttare uno stereotipo razziale non sembra capace di resistere.

E allora viene la nostalgia per un conservatore «compassionevole» come George W. Bush – il presidente dell’11 settembre e della guerra in Afghanistan e in Iraq, non un «mollaccione», per dirla alla Trump – che proprio l’altro ieri ha ricordato il «tragico fallimento» dell’America e dei suoi valori dovuti al «razzismo sistemico» della società Usa e ha chiesto di «ascoltare le voci di chi è ferito». «La giustizia – ha concluso Bush - ci sarà solo con mezzi pacifici. Ma sappiamo anche che la pace nelle nostre comunità richiede una giustizia senza disuguaglianze». Sono parole, è vero, ma parole che aiutano a superare le divisioni, non ad alimentarle.