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EDITORIALE

Elezioni, l'eterno ritorno della legge proporzionale

di Luca Tentoni -

11 giugno 2020, 08:48

Elezioni,  l'eterno ritorno della legge proporzionale

Anche se molto lentamente, ci si avvia verso una nuova legge elettorale per le Camere quasi puramente proporzionale.
 Non è un ritorno al periodo fra il 1948 e il 1992, ma quasi: allora, per avere seggi alla Camera dei deputati bastavano un quoziente circoscrizionale e trecentomila voti di lista; oggi la soglia d'accesso potrebbe essere fissata al 5%, ma alcuni partiti minori sperano di riuscire ad abbassarla al 3% (circa un milione di voti). Per il Parlamento europeo lo sbarramento è al 4%, mentre nelle regioni ci sono soglie variabili a seconda delle leggi adottate dai Consigli. La differenza, nei comuni come nelle regioni, è il premio di maggioranza, che però è legato alla persona (il presidente della giunta, il sindaco) ma che in ambito nazionale non si può collegare ad un presidente del Consiglio, perché per farlo bisognerebbe cambiare la Costituzione (a proposito: alcuni credono, sbagliando - ma col sostegno di alcuni leader politici ai quali sostenere certe idee fa gioco - che il "premier" sia già eletto direttamente dal popolo; tuttavia, chi dicesse una cosa del genere in un esame all'università sarebbe bocciato). La storia delle leggi elettorali in Italia, a ben vedere, è stata sempre caratterizzata da una minima dose di proporzionale, evidentemente perché eravamo affezionati (o, meglio, perché i partiti sono sempre stati numerosi e bisognosi di avere una sia pur piccola rappresentanza in Parlamento). Il Mattarellum, nel 1993-'94, aveva un quarto di seggi attribuito con la proporzionale: per la Camera c'era una seconda scheda, che permetteva ai partiti con almeno il 4% dei voti di dividersi ben 155 seggi dell'Assemblea di Montecitorio (il resto era assegnato col sistema inglese che permette l'elezione, in ogni collegio uninominale, del solo candidato che è al primo posto per numero di voti).
 Poiché, nel 2005, sembrava certa la vittoria del centrosinistra, il centrodestra approvò la «legge Calderoli» (ribattezzata dall'autore «una porcata», perché mirava a indebolire Prodi o a fargli perdere le elezioni). Il Porcellum, infatti, aveva un premio per la coalizione più votata alla Camera (ma un premietto regionale al Senato: di qui il caos che ne seguì nel 2006 e nel 2013) e, soprattutto, conteneva una buona dose di proporzionale. Potevano avere seggi non solo i partiti con almeno il 4% dei voti (se si presentavano da soli), ma anche quelli col 2% (se in coalizione) e persino quelli che inseriti nei poli avevano la miglior percentuale sotto il 2% (un'astrusità spiegabile solo con la necessità di costruire alleanze nelle quali inserire più liste possibili, pur di aggregare voti). 
 Poi fu la volta dell'Italicum, con premio di maggioranza e proporzionale, che dava ai partiti col 3% la possibilità di accedere alla ripartizione dei seggi. Infine, la legge Rosato, con la quale abbiamo votato nel 2018, permette ai partiti di avere seggi (nell'ambito del 61% dei posti assegnati con la proporzionale; il resto si distribuisce col sistema inglese nei collegi uninominali) se si ha il 3% dei voti. 
Insomma, nel quarto di secolo abbondante della cosiddetta Seconda Repubblica (che è definita così perché nel 1994-'96 è cambiato il sistema dei partiti, non la Costituzione) abbiamo sempre avuto un pertugio proporzionale per salvare i gruppi con almeno il 3% dei voti.
 Accadrà, verosimilmente, anche con la nuova legge. Il paradosso è che - a seconda delle stagioni politiche - il maggioritario piace a tutti mentre la proporzionale è vista con un certo fastidio: quando serve il primo (oggi farebbe molto comodo a Lega e FdI, per esempio, ma nel 2006 leghisti e centrodestra cambiarono il sistema proprio per tornare alla proporzionale) tutti si dicono favorevoli ai modelli classici più rigorosi (il francese, a due turni o l'inglese a un turno uninominale) però poi, al dunque, nessuno ha il coraggio di tagliare il cordone ombelicale con i residui della vecchia proporzionale pre-1992.
 Del resto, a dirla tutta, storicamente sono i partiti di destra ad avere più voti di lista e percentuali più alte nel proporzionale che nei collegi uninominali (nei quali di solito i candidati di centrosinistra hanno migliori risultati). Inoltre, la proporzionale fotografa la situazione ma lascia le mani libere, soprattutto se abolisce le coalizioni: così ognuno può correre per conto proprio, marcando le differenze più con i partiti ideologicamente vicini che con quelli lontani (fra Salvini e Meloni, per esempio, sarà una bella gara, così come fra Renzi e Calenda o fra Zingaretti e Speranza). 
Quello che pochi colgono è l'aspetto fondamentale dei sistemi elettorali: possono «fabbricare» maggioranze oppure no, ma di certo non possono migliorare la qualità del personale politico (in altre parole: sui candidati non si può fare nulla, se non ci pensano i partiti che li presentano) e della classe dirigente in generale.