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EDITORIALE

Lo scontro tra Merkel e Conte sul Mes

di Augusto Schianchi -

03 luglio 2020, 08:45

Lo scontro tra Merkel e Conte sul Mes

Nonostante le enormi difficoltà che incontrerà il nostro paese alla ripresa di settembre, i nostri leader, di governo e d’opposizione, non mancano di mettersi in luce per talune loro dichiarazioni pubbliche del tutto inopportune. A cominciare dal presidente Conte che, di fronte al suggerimento della Merkel di accedere al Mes, ha ribadito che «i conti (sulla convenienza o meno dell’Italia di aderire al Mes) se li fa lui». Per un paese debitore un’affermazione per lo meno inopportuna. 
Non da meno l’affermazione del leader dell’opposizione, più o meno del tipo, «non aderiremo al Mes perché non vogliamo condizionalità» (che non ci sono, se non riferiti alla destinazione dei fondi). «Meglio che i fondi vengano raccolti dai nostri risparmiatori».Con queste affermazioni, che forse raccolgono voti da parte di chi ancora crede ad una presunta grandeur italiana, si dimenticano alcune conseguenze. I fondi del Mes sono a tasso quasi-zero, quelli raccolti dai risparmiatori sono all’1,50%, con un costo per interessi a carico dei contribuenti di 500 milioni l’anno, con un aggravio di qualche miliardo per i 10 anni (tenuto conto del ristorno per la parte sottoscritta dalla Bce).
E’ giusta la preoccupazione per le possibili condizionalità future, ma questa incertezza riguarda non solo il Mes, ma anche i futuri acquisti di titoli sovrani da parte della Bce. L’incertezza riguarda tutta l’evoluzione dell’Unione europea, a partire dagli impegni che i singoli paesi intendono assumere in merito al rientro dai debiti assunti per fronteggiare l’emergenza Covid (peraltro non ancora finita!).
C’è un errore di fondo nelle strategie di comunicazione e di relazioni della nostra leadership politica: confondere la giusta tutela degli interessi nazionali con un atteggiamento di presuntuosa arroganza, immaginando che questo assicuri al nostro paese un’immagine di potenza. È un esercizio ricorrente nella nostra storia, talvolta finito in tragedia.
Dovremmo invece adottare un approccio molto diverso. Le condizioni dell’Italia sono ben note, ricordate quotidianamente dai nostri media. L’Italia è il paese più debole dell’Unione europea, per l’enormità del suo debito pubblico e la mancanza di crescita. 
La nostra gente è talmente spaventata dall’incertezza futura, che ha smesso di spendere (con caduta della domanda e conseguente crollo di vendite delle imprese); anzi, chi se lo può permettere, aumenta i propri risparmi. 
Ora chiedere loro di acquistare nuovo debito pubblico, incentivando il risparmio, non può che ulteriormente abbassare la domanda. Questa è la vera (e tanto deprecata) politica di austerità!
L’approccio della nostra leadership politica in Europa dovrebbe essere quello dell’umiltà, ovvero della consapevolezza dei nostri problemi, del bisogno di una solidarietà europea, con l’assunzione di una nostra chiara responsabilità per la cooperazione ricevuta.
E’ l’umiltà che dà la forza; l’arroganza è segno di debolezza e anche di stupidità, perché è contraria al nostro interesse. «Se non utilizzate il Mes perché dite che non ne avete bisogno, perché dovremmo attivare il Recovery Fund»? 
Un punto ulteriore da considerare: se i tassi d’interesse sulla raccolta della Bce sono negativi, il debito nel lungo periodo si ripaga da solo, perché gli interessi si auto deducono. 
Rinunciare a tassi negativi (o quasi zero), non solo comporta un carico d’interessi che va a gravare pericolosamente sul debito pubblico, ma toglie credibilità all’ipotesi di sostenibilità del nostro debito nel lungo periodo.
L’emergenza del Covid finirà, allora comincerà l’emergenza economica, in termini di ripresa della crescita e di stabilizzazione del debito nell’ottica di sua riduzione. La Bce e l’Unione europea ci stanno offrendo le condizioni ragionevolmente migliori per affrontare entrambe. Si prega di astenersi dal farci del male da soli.