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EDITORIALE

Gli effetti collaterali delle decisioni europee

di AUGUSTO SCHIANCHI -

25 luglio 2020, 11:37

Gli effetti collaterali delle decisioni europee

Dopo i festeggiamenti, viene il tempo della riflessione. Cosa è cambiato in Europa dopo l’approvazione del Recovery Fund? Nell’immediato almeno tre cose.
La prima è la formazione di un debito comune da finanziare a livello di Unione. Impensabile fino al giorno prima, con un’importanza fondamentale: si va a formare un mercato unico per il debito dell’Unione Europea a lunga scadenza (fino al 2058) con una curva comune dei tassi d’interesse per le diverse scadenze. Già oggi il tasso sui Btp a 10 anni è sceso al di sotto dell’1%. Da questo punto di vista - come sottolinea Martin Sandbu del Financial Times - per l’Unione Europea abbiamo «l’Hamilton Moment» (che ricorda il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Hamilton, quando mise in comune sotto l’egida federale il debito di tutti gli stati americani, dopo la Guerra Civile, debito degli stati confederati inclusi). 
La seconda è che i leaders europei si sono impegnati ad aumentare le risorse proprie dell’Unione, con una tassazione ed una capacità d’indebitamento proprie. Si parte con la modesta tassa sulla plastica; ma il principio alla base di una politica fiscale europea comune, è stato accettato.
La terza, la più importante, riguarda la gestione della spesa comune dell’Unione. Ciascuno stato ha il diritto di controllare i programmi di spesa degli altri paesi, ma la decisione definiva è a maggioranza qualificata, e senza diritto di veto di alcuno (come avrebbe voluto l’Olanda).
Un paese può richiedere un riesame del piano di spesa, ma non può bloccare la spesa una volta approvata dalla Commissione. Sul superamento di questo diritto di veto si era discusso per anni nell’ambito dell’Unione, ma senza arrivare ad una decisione condivisa. Oggi il problema è stato risolto, creando le condizioni per una futura politica economica comune per l’Europa. Un ulteriore aspetto del controllo sulla spesa comune riguarda il “regime di condizionalità”. I paesi che ricevono soldi devono rispettare al proprio interno lo stato di diritto, senza sopraffazioni autoritarie, per limitare, ad esempio, l’indipendenza dei media o della magistratura. Questo è un chiarissimo segnale per Orban e il partito polacco della Legge e la Giustizia. Ed anche per coloro che aspirassero ad ottenere pieni poteri, seppure con il sostegno della maggioranza parlamentare.
Gli storici, tra qualche anno, descriveranno come sono andate veramente le cose durante questi 4 giorni, i più lunghi nella storia dell’Unione Europea. Spiegheranno quanto abbia pesato l’affermazione di Conte sul “ricatto dei frugali all’Europa”, e quanto abbiano pesato i silenzi della presidente Merkel. La svolta decisiva sembra sia stato l’incontro notturno della trentatreenne leader finlandese Sanna Marin (in rappresentanza dei frugali), prima con la Merkel (fresca di compleanno con i suoi 66 anni), poi con Macron. 
I paesi frugali non hanno -con scelta lungimirante- bloccato la modifica delle procedure decisionali, accettando una graduale riduzione del diritto di veto; alla fine hanno festeggiato una riduzione degli importi concessi a fondo perduto (anzitutto all’Italia, per il 5% del suo PIL) e l’aumento di uno sconto (già previsto) sulla loro quota di partecipazione.
Naturalmente non tutto è risolto: il confronto continuerà nell’Europarlamento, e nei prossimi vertici dei governi, con le inevitabili alternanze di alti e bassi. Nell’attesa di una nuova mediazione che porterà ad una nuova sintesi. La differenza tra i nordici “responsabili” e la “solidarietà” dei paesi del sud si potrà attenuare, ma non scomparirà, perché è così da 500 anni.
Ma è proprio questa diversità, orientata all’inclusione, che rappresenta la ricchezza ed il primato sociale dell’Europa nel mondo.