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EDITORIALE

Le decisioni economiche non sono mai a senso unico

di Eugenio Pavarani -

27 luglio 2020, 08:41

Le decisioni  economiche non sono mai a senso unico

Quando il presidente Truman ascoltava i commenti dei suoi consulenti economici in merito a provvedimenti in fase di studio, sentiva ripetere regolarmente questa espressione: «on the one hand  while on the other hand» (da una mano ... però, allo stesso tempo, dall’altra mano …). In italiano diremmo da un lato, dall’altro. Ogni provvedimento economico, da un lato produce effetti desiderati ma, dall’altro lato, genera inevitabilmente anche risvolti indesiderati di altro genere. Si racconta che, stanco di essere posto ogni volta di fronte al dilemma della mano destra e della mano sinistra, il presidente chiese ai suoi collaboratori di cercare un economista con una sola mano.  Battuta divertente, ma pretesa vana. Gli economisti (quelli veri) hanno tutti due mani.
Lo impara presto lo studente di Economia fin dal primo anno di corso. Se è sveglio, impara velocemente ad impostare le risposte durante gli esami facendo ricorso ad una parola chiave. Alla domanda «cosa succede se...» risponde così:  «dipende». Da un lato si produrranno determinati effetti… ma, dall’altro, emergeranno risvolti negativi. La  focalizzazione di effetti e risvolti è un ottimo esercizio formativo che abitua ad una visione consapevole e critica e fa maturare professionalità capaci di valutazioni autonome, tali da evitare di essere portati a rimorchio dalla propaganda capziosa e di parte. In Economia, si dice, non esistono pasti gratis; anche il provvedimento apparentemente più gradito comporta sempre, come  conseguenza, risvolti indesiderati e negativi per altri aspetti politici e coloro che fanno propaganda politica attraverso i giornali, le televisioni e i social network fingono di non conoscere questa lezione elementare e tendono ad usare una sola mano. Ad essi si accodano gli economisti da Bar Sport ben felici di poter acquisire argomentazioni utili a rafforzare il senso di appartenenza a questa o a quella squadra.
Accade così che le stesse persone, proprio quelle, che ci intrattenevano sulle disgrazie del “macigno” del debito pubblico, il “fardello” sulle spalle delle future generazioni, oggi gioiscono per l’arrivo dei fondi europei e, anzi, rilanciano: prendiamo anche i fondi del MES, portiamo a casa tutto quel che si può. Se il debito pubblico era il male assoluto, oggi il Next Generation EU è il bene assoluto; in entrambi i casi con una mano sola e senza preoccuparsi troppo dei risvolti. Accade così che combinando crollo del PIL e deficit di bilancio, già nella previsione molto ottimistica del Governo (DEF 2020), il rapporto tra debito e Pil farà un salto di 24 punti dal 134% al 158%. Nell’anno in corso si realizzerà almeno lo stesso incremento che si è cumulato negli ultimi 11 anni, tra il 2008 e il 2019. E siamo soltanto a metà anno. Quanto debito dovremo aggiungere nel prossimo semestre per far fronte a crisi d’impresa, disoccupazione, disagi sociali ? Ben vengano i fondi europei, ma non illudiamoci che siano come la manna che cade dal cielo. Si tratta di debiti: debiti espliciti nella componente loans, debiti impliciti nella componente grants. Questi ultimi non sono erogazioni a fondo perduto: anche questi dovranno essere restituiti, quanto meno in una percentuale molto rilevante; la restituzione prenderà la forma di maggiori contributi al bilancio comunitario e, forse, di imposte ad hoc ancora da implementare e che comunque dovremo pagare. Si tratta di debiti, certamente convenienti per tasso e per durata, ma pur sempre debiti che si sommeranno a quelli nei confronti del mercato proiettando il rapporto tra debito e PIL verso livelli estremamente preoccupanti. Non dimentichiamo che già il 134 % del 2018/2019 era giudicato non sostenibile dalla Commissione europea e già il Governo era stato minacciato di attivazione dell’infrazione per debito eccessivo. 
In conclusione, come valutare il programma di finanziamenti varato dal Consiglio Europeo ? Dipende ! Da un lato, potremmo pensare che a Bruxelles abbiano capito che il debito pubblico è piuttosto un sintomo delle  difficoltà economiche dell’Italia che non, invece, la loro causa. Cominciano a riconoscerlo anche prestigiosi economisti tedeschi (Clemens Fuest, Focus.de, 17 luglio 2020). In questa logica, la riduzione del rapporto debito/PIL va affrontata risolvendo prioritariamente il problema della mancata crescita del denominatore non solo con le riforme e con politiche dal lato dell’offerta, ma anche con drastiche politiche di sostegno della domanda attraverso la spesa in deficit: il debito di oggi si tradurrà in maggiore sviluppo domani e, automaticamente, determinerà un progressivo calo del rapporto. L’Unione Europea ha abbandonato quasi tutti i propri dogmi e le proprie regole. Chissà che non venga anche rimosso l’ostracismo agli insegnamenti di Keynes. D’altro lato, i risvolti del nuovo debito proposto dal Consiglio Europeo potrebbero tornare ad inquadrarsi nel vecchio paradigma dell’austerità, attualmente sospeso, che abbiamo diligentemente applicato negli ultimi trent’anni, come nessun altro Paese ha fatto in Europa. Dal 1992, anno di sottoscrizione del Trattato di Maastricht, i governi che si sono succeduti hanno cumulativamente sottratto al sistema economico oltre 700 miliardi in termini di avanzi primari. Finito il periodo dell’emergenza, la terapia comporterà di aumentare ulteriormente il divario positivo tra entrate dello Stato e spesa pubblica primaria. Non è necessaria molta fantasia per immaginare come: più imposte e meno welfare. La terapia la conosciamo, ora le dosi dovranno aumentare. Purtroppo, dopo trent’anni di accanimento terapeutico sappiamo anche che la terapia non funziona e che ha concorso a determinare il grave declino economico del nostro Paese, caso unico per durata e per intensità nella storia economica dei paesi sviluppati.