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EDITORIALE

La cultura del latifondo e quella della produzione

di Fabrizio Pezzani -

31 luglio 2020, 08:46

La cultura  del latifondo  e quella della produzione

La compagine governativa attuale è quasi esclusivamente formata da persone che incarnano l’antica cultura del latifondo e della rendita che ha scardinato il mezzogiorno rendendolo di fatto dipendente dagli aiuti pubblici. Il mezzogiorno, al tempo dell’unificazione del paese, aveva una florida posizione economica ed aziende sane ma l’evoluzione storica e anche i prelievi della nuova corona hanno progressivamente eroso i valori e la spinta creativa di un tempo. In questo modo il modello culturale del governo attuale è incardinato al suo dna  sempre più nella logica del “latifondo politico” che si sostituisce a quello agrario ed alla conseguente cultura della rendita che si perpetua negli aiuti di stato, nel rilascio di erogazioni malamente usate, nell’occupazione sistematica di poltrone, di posti di lavoro, di commesse funzionali a mantenere il consenso che a sua volta consente di mantenere la rendita da “latifondo politico”. 
Questo imprinting è anacronistico oggi più che mai perché senza la cultura della produzione si produce solo debito e sudditanza come drammaticamente ogni giorno vediamo. 
Questo modello culturale espressione della storia del sud, suo malgrado, ha trovato in alcune discipline ambiti di impiego e di attività; in modo particolare la giurisprudenza ha generato avvocati, notai, magistrati in percentuale significativamente più alta rispetto al nord del paese in cui l’attività manifatturiera ha creato specializzazioni diverse e avanzate. 
Tra questi due mondi incapaci di mediare tra loro una balance of power ci troviamo in mezzo al guado di un paese che non sa più cosa è diventato: un  paese federale come dovrebbe essere o centrale come è nei fatti, dominato da una burocrazia che sta su Marte e legifera su tutto troppo spesso in modo ottuso; il modello federale sarebbe rispettoso delle diversità e limiterebbe in modo drastico il nocivo ambito legiferativo della burocrazia centrale ed anche i suoi costi non giustificati dai benefici.   
La diversità del paese sta nella storia che ha caratterizzato i suoi modelli di crescita profondamente diversi da nord e sud per caratteristiche dei territori, per modelli sociali e culturali, per i sistemi di governance. Ma la profonda diversità tra le parti del paese sta nello sviluppo della cultura agricola infatti i territori del nord del paese avevano da tempo sviluppato l'attenzione a forme di lavoro collaborativo derivante dalla cultura agricola che aveva trovato nella mezzadria una forma di composizione di interessi tra capitale e lavoro a differenza del latifondo sviluppato nel sud del paese. «Il paese ha da sempre affondato le sue radici nel mondo agricolo e così al nord la mezzadria dava spazio all'iniziativa personale ed al rischio derivante, al sud il latifondo e il bracciantato hanno diffuso la cultura della rendita  che non aiuta la formazione di  un capitale sociale come è stato al Nord creando modelli socioculturali profondamente diversi. La schiavitù del latifondo ha sviluppato la cultura della rendita, la ricchezza non si crea ma è immanente ovvero legata al godimento di beni o prerogative che diventano diritti. La cultura rurale contadina in Italia è la matrice prima e se si sovrappone il paesaggio rurale italiano dei primi del Novecento compilato come funzione del tipo di rapporti di coltivazione si ottiene una ripartizione geografica identica a quella dell'associazionismo del nord dove gli antichi mezzadri sono nel tempo diventati imprenditori legati alla famiglia» («La competizione collaborativa», Fabrizio Pezzani, 2011) . In questo senso riprendendo anche le considerazioni di Schmitt («Il nomos della terra») la cultura e il comportamento di un popolo sono sempre il risultato di storie millenarie ed il problema in un mondo sempre più globale assecondare le diversità in un “unicum” senza conflitti è la grande sfida del nostro tempo, noi facciamo già fatica nel nostro mondo piccolo.
La mancanza di un confronto equilibrato fra nord e sud ha consentito lo sviluppo della rendita ma non della produzione ed ha prodotto la domanda di sussidi e di posti dove sia possibile; l’assalto alle aziende pubbliche è stato devastante per l’avidità priva di senso morale, bastava l’amicizia sempre anteposta al merito, è stato un esempio degradante come immagine per un paese che sta soffrendo. L’incapacità di capire i problemi e il contesto storico si esprime in modo drammatico con frasi e giudizi di chi ha responsabilità di governo inaccettabili. Questo modello culturale che incarna il governo è distruttivo e genera solo debiti che non sarà facile ripianare se non riusciamo a mediarlo con la cultura della produzione e del creare posti di lavoro. La povertà che abbiamo generato per la troppa sudditanza verso interessi esterni al paese può essere combattuta solo creando posti di lavoro e non con politiche di assistenza, quali meri sussidi monetari o riduzione di imposte, noi siamo parte di una società occidentale che sembra avviata all’implosione ma salvarci dipende solo da noi .