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EDITORIALE

Perché Trump chiede una cosa che non può ottenere

di PAOLO FERRANDI -

01 agosto 2020, 08:52

Perché Trump chiede una cosa che non può ottenere

Le elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono regolate da una legge federale del 1845 la quale stabilisce che si tengano ogni quattro anni il martedì dopo il primo lunedì di novembre: quest’anno corrisponde al 3 novembre. Non ci sono esempi da allora di un’elezione presidenziale che non si sia svolta alla data stabilita. Non nel 1864 nel pieno della guerra civile quando ancora il Sud sembrava in vantaggio. Non nel 1932 durante la grande depressione seguita alla crisi del 1929. Non nel 1944 nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale. Solo il Congresso può modificare le leggi federali. Sicuramente non il presidente.
Ma non è finita qui perché il ventesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti  prevede  che il nuovo Congresso si riunisca a mezzogiorno del 3 gennaio dell’anno dopo le elezioni – che sono solo in parte sincronizzate con quelle presidenziali – e che il mandato del presidente e del suo vice si esaurisca – in caso di mancata vittoria (comunque la carica più essere rinnovata solo una volta) – il 20 gennaio dell’anno dopo le elezioni. Se non c’è un nuovo presidente eletto  lo speaker della Camera diventa presidente ad interim.

Sembra quindi evidente che Donald Trump, con il tweet in cui annunciava l’opportunità di posticipare l’elezione presidenziale a causa della pandemia, abbia chiesto una cosa non in suo potere. 
Anche  l’attacco al voto postale – che quest’anno proprio per l’epidemia è stato potenziato in molti Stati – è assolutamente inefficace perché, come ha ricordato il professor Steven G. Calabresi (che è repubblicano, ma strenuamente federalista) sul «New York Times», il secondo articolo della Costituzione Usa demanda ai singoli Stati le modalità della scelta dei grandi elettori che, in un secondo tempo, eleggono il presidente. Quindi se gli Stati, in autonomia, decidono, come hanno fatto nella loro maggioranza,  che il voto per posta è consentito,  a livello federale l’autonomia deve essere mantenuta se non si vuole infrangere la Costituzione. 
Insomma, il voto di novembre non corre pericoli (salvo un imprevedibile e non probabile aggravarsi estremo della pandemia), ma come sempre c’è del metodo nella (presunta) follia di Donald Trump. I sondaggi a meno di cento giorni dalle elezioni non sono buoni per lui. E in modo diverso dal 2016. Allora, infatti, il divario con Hillary Clinton non era così grande come quello attuale con Joe Biden. Nel 2016, poi,  Trump ce la fece pur perdendo il voto popolare del 2,1% perché fu vittorioso in alcuni stati chiave per (relativamente) pochi voti, mentre la Clinton trionfò con percentuali molto alte in alcuni stati molto popolosi (la California e New York, per esempio). Il risultato fu che Trump alla fine ammassò più grandi elettori della candidata democratica  e diventò presidente. Non è molto frequente che questo succeda, ma non è nemmeno impossibile: in effetti Trump fu il quinto presidente Usa eletto pur avendo perso il voto popolare. Questo però significa che bastano pochi voti guadagnati dallo sfidante democratico in alcuni stati chiavi per ribaltare il risultato. E i sondaggi attuali rendono questo scenario possibile e realistico, anche se naturalmente tutt’altro che scontato.
Questo significa che Trump deve cercare di portare a casa almeno i voti presi nel 2016 e fare in modo che i democratici – dove il voto delle minoranze conta molto di più – non riescano a mobilitare la propria base che molte volte non è nemmeno iscritta nelle liste elettorali, cosa necessaria per recarsi a votare negli States. Il voto postale facilita il compito agli elettori perché  il martedì delle elezioni è un giorno lavorativo come gli altri e i seggi, soprattutto in alcune zone, chissà perché quasi sempre quelle dove risiede la gente più povera, sono pochi. Questo vuol dire, in tempi di distanziamento sociale, perdere molte ore in fila in una giornata di lavoro. In più il voto postale è anticipato e Trump teme che venga espresso in piena depressione economica da pandemia e non nel momento – ad autunno inoltrato – in cui l’economia avrà cominciato ad ingranare, magari grazie all’annuncio della disponibilità di un vaccino. Poi, naturalmente, ci sono i problemi dovuti al fatto che, se il voto postale verrà usato da molti elettori, è probabile che ci vorranno giorni per avere il risultato della contesa in caso di quasi parità tra i candidati e, visto che vale quasi ovunque a livello statale il sistema è maggioritario, anche un solo voto più modificare lo scenario. 
In conclusione, come detto, Trump non può decidere di posticipare le elezioni presidenziali. Ma è probabile che lotterà fino alla fine per fare in modo che la sua base elettorale sia favorita nella contesa e quella democratica sfavorita. E questo, se ottenuto con mezzi leciti, è assolutamente normale. Meno normale se, invece, si usano la paura e la disinformazione.

paolo.ferrandi@gazzettadiparma.it