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EDITORIALE

La scuola sfida decisiva per il futuro del Paese

di Augusto Schianchi -

21 agosto 2020, 08:38

La scuola sfida decisiva per il futuro del Paese

C’è un debito buono, che è quello che viene investito per aumentare la capacità futura di produrre reddito e poter rimborsare il debito medesimo. È debito buono investire nei giovani (anzitutto la scuola), nell’innovazione, nella ricerca. E c’è un debito cattivo, che viene sprecato in spesa corrente per raccattare voti. 
Basta sfogliare i provvedimenti dei governi per capirne immediatamente la differenza. C’è anche un imperativo morale da considerare: i debiti che oggi lo stato contrae, sono a lungo termine, e sono i giovani di oggi che dovranno ripagarlo alla scadenza. 
Questo ha ribadito con forza Mario Draghi. Spendere oggi per finalità elettorali è eticamente inaccettabile, e la nostra Corte Costituzionale dovrebbe ribadirlo con forza, come fece a suo tempo in merito alla deroga dell’articolo 81 della Costituzione, che impone l’equilibrio tra entrate ed uscite dello Stato. La Corte dei Conti dovrebbe di conseguenza assicurarne l’osservanza nei casi concreti. Nessuno può mettersi al di sopra della Costituzione, nemmeno se si è “eletti dal popolo”; anzi, che dovrebbero osservarla con impegno maggiore. Nemmeno il popolo sta sopra la Costituzione; se vuole può cambiarla nel rispetto delle procedure previste dalla Costituzione medesima.
La riapertura delle scuole a settembre sarà il primo vero banco di prova sulla via di una nuova normalità, che prevede anche la presenza del covid.  Potrebbe essere questa l’occasione per una incisiva riorganizzazione.  
 Potrebbero essere rapidamente introdotti un decentramento decisionale con maggiori poteri gestionali ai presidi (senza gravarli di responsabilità insostenibili) e minore impegno burocratico; una flessibilità organizzativa nella ricerca degli spazi e definizione degli orari; la riduzione del numero di alunni per classe (con naturale incremento degli insegnanti).
E poi rilanciare una prospettiva programmatico-politica per la scuola. I presidi e gli insegnanti devono essere pensati come i responsabili della creazione del nostro futuro. Ad essi affidiamo la nostra risorsa più importante, i nostri ragazzi. Dagli insegnanti ci attendiamo un solido impegno, anzitutto sul piano della loro auto formazione personale. Devono continuare a studiare, perchè devono saper trasmettere i nuovi saperi di un mondo che evolve continuamente. Insegnare in modo semplice e comprensibile è la cosa più difficile. Non ultimo né meno importante, agli insegnati deve essere assicurato un progressivo riconoscimento economico, in base al merito, adeguato rispetto alle altre istituzioni scolastiche europee. I genitori devono essere ascoltati, quando esprimono idee ragionevoli in modo garbato. Ma la decisione finale spetta ai dirigenti scolastici. 
Sulla scuola, come ancora ha sottolineato Draghi, l’Italia si gioca il suo futuro, non solo dei ragazzi (che comunque possono emigrare, come fanno ogni anno 100 mila giovani, un quarto dei nuovi nati), ma soprattutto quello dei meno giovani. Dei pensionati (che ricevono la pensione pagata dai contributi di chi lavora), e dei 40/50enni, che hanno una carriera già ben definita, con scarse o nessuna alternativa di lavoro. Sono i giovani ad assicurare la continuità delle imprese, le loro decisioni d’investimento, i loro piani per gli sviluppi futuri. E’ la qualità complessiva dei territori che attrae le risorse, non viceversa. Oggi l’Italia è un paese spiazzato, perché non attrae nuovi investimenti. Per tante ragioni che ben sappiamo e che, seppure con risultati fin qua scarsi, cerchiamo faticosamente di correggere.
Ma la risorsa più importante di un territorio sono le persone, ovviamente quelle più giovani, come vediamo dagli esempi in giro per il mondo. Dalla Silicon Valley a Bangalore. Dove la scuola è da sempre la leva più importante dello sviluppo.