Sei in Editoriale

Editoriale

Turarsi il naso e votare sì

03 settembre 2020, 08:33

Turarsi il naso e votare sì

di Augusto Schianchi
Con il taglio dei parlamentari, il Movimento 5 Stelle ha voluto abbagliare i propri elettori, senza illuminare la via per un’auspicata riforma costituzionale. Per confermare così il proprio imprinting sulla legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza. Il taglio dei parlamentari è stato così raccontato come una legnata assestata alle élites, dopo tanti vaffa gridati nelle piazze. Con un chiaro errore di prospettiva: le élites mica perdono il loro tempo in parlamento. Ovviamente risiedono altrove.
La tentazione di votare no al referendum è forte, perché il taglio dei parlamentari comunque ha richiesto i tempi per una riforma costituzionale, tempi che avrebbero potuto essere utilizzati per una riforma più incisiva, almeno per le parti sulle quali in linea di principio c’è già un ampio accordo. Come sull’abolizione del bipolarismo perfetto.  Votare no, perché il Parlamento ne perderebbe in termini di rappresentanza è vero, ma non drammatico (se non per chi perde il proprio posto di parlamentare). In Italia c’è sovra rappresentanza: il Parlamento è composto di un migliaio di soggetti; ci sono una ventina di regioni (alcune di minime dimensioni) con i loro parlamenti e province (seppure con elezioni indirette), gli 8mila comuni (tanti con poche centinaia di abitanti). Alle istituzioni rappresentative si aggiungono i sindacati, con tanti iscritti, e uffici di patronato che tengono il rapporto dei cittadini con le istituzioni.  Poi ci sono gli ordini professionali, le associazioni di categoria, le associazioni di volontariato: in Italia le reti sociali, per nostra fortuna, sono forti. Soprattutto se confrontate con altri paesi simili al nostro.
Non esiste in Italia un problema di rappresentanza; casomai il problema sarebbe un altro, ovvero, con il dovuto rispetto, la qualità dei rappresentanti in termini di competenza rispetto al ruolo che svolgono. Una questione ben nota, illustrata da tante indagini dirette sul campo, ma non è questo l’oggetto del referendum. In democrazia è l’elezione in sé che funge da garanzia di qualità.
Il problema del votare no è un altro: quali sarebbero le conseguenze di una vittoria del no? Ovviamente la crisi di governo, con due successive vie d’uscita: un nuovo governo a guida Draghi con un sostegno di quasi-unità nazionale, evento assai improbabile; oppure nuove elezioni. Ci sembra improbabile una continuità di questo governo, perché alla fine un minimo di coerenza politica verso l’elettorato ci deve essere. Nuove elezioni in autunno oggi non sarebbero un evento positivo per il paese, perché: 1, l’emergenza Covid non è passata (anzi vi è il rischio probabile di una seconda ondata con l’arrivo dell’inverno); 2, siamo in una fase di ripresa economica ancora debole, ma dovremmo rimandare il dialogo con l’Europa sull’impiego dei fondi del Next Generation (con rinvio nell’arrivo dei fondi al 2022); 3, non abbiamo ad oggi una legge elettorale condivisa. 
Le elezioni mostrerebbero di nuovo un paese spaccato in due, con Berlusconi e Renzi aghi della bilancia con il loro pacchetto (probabile) del 15% dei voti. Tutto verrebbe rinviato al nuovo governo (quale?), con una ripresa dell’attività politica normale rimandata alla prossima primavera. Data l’attuale emergenza sanitaria ed economica, non ci sembra una prospettiva felice per il nostro paese. Ma così sarebbe se vincesse il no. Parafrasando Indro Montanelli, che lo scrisse in un contesto simile, turiamoci il naso e votiamo sì.