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Il dibattito sull'uso dei fondi europei

07 settembre 2020, 08:40

Il dibattito sull'uso dei fondi europei

AUGUSTO SCHIANCHI
Si è aperto un dibattito largo sull’impiego dei fondi del Next Generation Fund. In buona sintesi le posizioni in campo sono due.
La prima fa capo al governo ed ai partiti che lo sostengono: i fondi vanno usati per sostenere certamente alcuni progetti generali come la sanità, la scuola, la digitalizzazione del paese, le infrastrutture. Come previsto a livello di obiettivi generali fissati dall’Europa. Ma nello specifico, e senza dirlo apertamente, i fondi vanno utilizzati per rafforzare quelle aree geografiche e quelle categorie sociali, che sostengono (o che potrebbero sostenere) l’area politica che sostiene il governo. L’esempio lampante è il ponte sullo stretto di Messina, oppure l’assunzione di decine di migliaia d’insegnanti senza una verifica sulla rispettiva preparazione, all’insegna del principio «dobbiamo assumere perché c’è bisogno», che peraltro è vero. Per alcuni versi, questo approccio è comprensibile: l’emergenza è tale che c’è bisogno di tutto, e quindi non sono consentiti troppi distinguo. L’evidente problema connesso con questa strategia è che mancando un disegno su quello che immaginiamo essere l’Italia del futuro, è certo il rischio di avviare progetti che potranno avere uno scarso impatto sulla crescita, e quindi tra pochi anni ci ritroveremmo con gli stesso problemi di oggi. Ovvero un’Italia sostanzialmente destinata al declino, con i ragazzi più svegli che emigrano all’estero in cerca di migliori opportunità, una popolazione che invecchia, una lista di imprese  che continuano a primeggiare a livello internazionale con il marchio Made in Italy in mezzo a tanta mediocrità e persone che sopravvivono a malapena con il reddito di cittadinanza. Così è, se i progetti da finanziare sono mille, e la soluzione è una ripartizione proporzionale sulla base del peso elettorale.  Molto diverso è il secondo approccio, quello finalizzato a rafforzare l’Italia nel lungo periodo. L’obiettivo è quello di aumentare la produttività per ciascun italiano che lavora. Cioè che ciascun lavoratore crei con il proprio lavoro un valore economico maggiore. Così vanno tutelati i lavoratori, e non i posti di lavoro in quanto tali. Molti lavori sono legati ad imprese destinate al declino, se non al fallimento vero e proprio. Sono le cosiddette imprese zombie, che sopravvivono solo grazie ai contributi pubblici. 
Ne sono esempio le imprese con prodotti e servizi obsoleti, fuori mercato; oppure le tante imprese pubbliche con consigli di amministrazione pletorici, ben remunerati, ma che producono solo perdite.
Per aumentare la produttività è necessario sostenere l’innovazione, digitalizzare il paese, ed in parallelo costituire un sistema scolastico che assicuri la formazione di base, ma che altrettanto formi le nuove professionalità del futuro, a partire dagli istituti tecnico-professionali ad alta qualificazione. Il piano di nuova reindustrializzazione presentato dai cugini francesi nei giorni scorsi è un esempio sul come si potrebbe procedere. Abbiamo un’abbondanza di suggerimenti a partire dal piano Colao. Alla gente non interessano le promesse elettorali; interessano i fatti concreti che possono assicurare un futuro decente alle nuove generazioni.
L’epidemia del Covid, tra l’altro, è stato un acceleratore del processo di un declino economico e sociale, che era già chiaramente percepito, ma si sperava di allontanare nel tempo. Non è stato così: abbiamo superato bene l’aspetto sanitario, ma con un forte terremoto per la nostra dimensione produttiva. In questa fase di recupero dalla pandemia, siamo in ritardo rispetto agli altri paesi. Prospettare una ripresa economica, indirizzando le risorse messe a disposizione dall’Europa in ottica di ricompensa elettorale, vorrebbe dire condannare il nostro sistema economico ad una modestissima sussistenza, nell’attesa del peggio.
Anche il sistema economico globale è cambiato, non è più costituito da paesi concorrenti tra loro, ma da paesi avversari.