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EDITORIALE

Renzi e Salvini. I due Matteo in crisi di consensi

di VITTORIO TESTA -

24 settembre 2020, 08:37

Renzi e Salvini. I due Matteo in crisi di consensi

Il vento non gonfia più le vele dei due rampanti «giovani» Matteo della politica italiana, due vite parallele di coetanei augurantisi la rovina l’uno dell’altro. Pare che ci stiano riuscendo entrambi. Il Matteo toscano è al lumicino. Quello milanese è alle soglie dell’esautorazione per troppi errori compiuti da leader tiranneggiante del suo partito, al quale ha imposto un’insegna con tanto di scritta personalizzata: «Lega Salvini Premier»; e un percorso che, giunto al governo con un’alleanza innaturale, dopo un anno l’ha portato a provocare la crisi in maniera incomprensibile. Salvini di fatto sta dissipando il consenso enorme giunto al 34 per cento alle Europee dell’anno passato. Il flop di Renzi con «Italia viva» è la conclusione di un’avventurosa parabola che per otto anni ha premiato l’ambizioso «rottamatore», diventato presidente del Consiglio dopo il fulmineo e inspiegabile  licenziamento su due piedi di Letta nel febbraio 2014, dopo nemmeno un anno di governo. Nelle cronache d’allora si rintraccia un episodio che rivela la spregiudicatezza del «ragazzo di Rignano sull’Arno»: il messaggio  inviato al presidente del Consiglio, un sms crudele e beffardo del carnefice alla vittima prima di azionare la scure: «Enrico stai sereno. Matteo». Logico che nel momento del passaggio rituale il buggerato avesse l’aria di chi avrebbe volentieri usato il campanello presidenziale come arma bronzea contro la faccia di bronzo del rassicurante  Matteo. Ma in politica si usa tutto fuorché i sentimenti: e Renzi decollò alla presidenza del Consiglio, portando poi il Pd al 40 per cento nelle elezioni europee del 2014. 
E qui l’allora quarantenne astro della politica, legittimamente tentato dall’idea di passare alla storia come statista, presentò, nel 2016, una riforma costituzionale profonda e a parere di molti assai efficace. Ma, l’uomo superbo e vanitoso, caduto nell’idolatrica considerazione di sé stesso, combina spesso errori di smodato  ‘’padreternismo’’ :con un tono vanaglorioso ecco che minaccia gli italiani di privarli della sua illuminata e indispensabile guida: «Se perdo, mi dimetto, anzi vado a casa e chiudo con la politica». Il modo migliore per radunare e inferocire tutti i nemici: e farsene dei nuovi a migliaia, fino a diventare maggioranza al 60 per cento. Inizia lì il declino, fino ad uscire dal Pd e abigeando scranni portare con sé una  quarantina di parlamentari con i quali diventa determinante per le sorti del governo Conte. Lunedì scorso le elezioni regionali hanno certificato che  ‘Italia viva’ è nelle condizioni di un malato di polmonite affetto da Covid 19, al quale sarebbe fatale un'altra doccia fredda elettorale. La cosa, non ne fa mistero, piace da matti a Matteo Salvini, questo «giovane» (lui è nato nel’73, l’altro nel ’75) che ha trascinato al successo la Lega, però  cambiando continuamente obiettivi. Tolta la classificazione indipendentista» della scritta Nord, Salvini si è lanciato in un tonitruante viaggio in ogni dove del Paese.  Ha posato seminudo per giornali gossippari, cambiato morosa davanti ai paparazzi,  bevuto birre e champagne,ha agitato corone del rosario e invocato la Vergine Madre di Medjugorje durante comizi nei quali ha bacchettato il Papa, e definito criminogeni i vertici europei. E piombato a Bologna e imposto una candidata che,dopo una campagna condotta nel ruolo di poco più che segretaria personale, è naufragata alle regionali. Non contento lunedì scorso ha bissato il flop a Firenze. La conquista del Sud è fallita. Nel Veneto Luca Zaia ha ottenuto il 70 per cento dei voti: ma quel che spaventa Matteo è il fatto che la ‘lista Zaia’ ha preso il doppio di quella ufficiale, la Lega Salvini . Il loquacissimo leader del «fu Carroccio» adesso sente «l’orma dei passi spietati» in arrivo da Venezia. Forse sono ore contate per l’ex ministro e vicepremier che, con il suo continuo gridare senza costrutto, ha provocato una crisi di rigetto in buona parte degli stessi leghisti.