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EDITORIALE

Presidenziali americane: un'elezione con il brivido

di AUGUSTO SCHIANCHI -

26 settembre 2020, 09:25

Presidenziali americane: un'elezione con il brivido

È molto probabile che in America avremo elezioni con il brivido. Per due ragioni. La prima è che se Trump dovesse perdere, non accetterebbe facilmente la sconfitta, e contesterà certamente il risultato non favorevole.
La seconda è che il meccanismo elettorale è articolato in modo che il risultato possa essere contestato. Si vota di martedì (per votare non ci sono ferie o vacanza), i seggi elettorali non sono ben organizzati, c’è il rischio Covid per code nell’andare a votare; molti seggi sono localizzati in case private, e spesso il 
voto viene espresso con punzoni artigianali multipli. (In America i voti da esprimere sono tanti perché tutte le cariche pubbliche sono elettive). 
A questo si aggiunga che il voto può essere espresso per posta (con obiettive possibilità di manipolazioni e frodi, come hanno dimostrato le elezioni locali di questa primavera), che può pervenire al conteggio centrale con ritardo anche di più giorni. Dai sondaggi è emerso che il voto per posta sarà in maggioranza democratico, e Trump prontamente ha nominato come capo delle Poste una sua persona fidata, con l’incarico di non attrezzare le Poste per il voto, in modo che l’inefficienza postale vada a suo vantaggio.
Potrebbe accadere che Trump sia in testa dopo il conteggio dei voti diretti, ma che risulti perdente dopo l’arrivo dei voti postali. In tal caso possiamo stare certi che Trump contesterebbe il risultato finale. Probabilmente anche con un certo margine di ragione. 
Gli esempi disponibili sollevano forti dubbi. Nel 2018 quattro candidati repubblicani vincenti alla sera sono risultati poi perdenti dopo lo scrutinio del voto postale. Nel 2019 nella contea di Los Angeles risultavano 1.3 milioni di votanti per posta in più, rispetto al numero di persone adulte. I singoli stati sono responsabili del voto, e oggi in tutti gli Stati Uniti, 19 contee sono indagate per avere un numero di votanti registrati superiore al numero di elettori potenziali.

Ci sono precedenti in proposito. Nel 2000 e nel 2004, i Democratici contestarono la vittoria di Bush; il New York Times investigò nel dettaglio con diffusi riconteggi, ma senza risultati significativi.

Ciascuno degli stati deve dichiarare il vincitore del proprio stato (il voto è per distretto elettorale, il vincitore di uno stato raccoglie tutti i voti di quello stato) entro il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre, quando la Costituzione prevede la proclamazione del Presidente. In gennaio è il Congresso a confermare il vincitore nuovo Presidente. Ma se un membro della Camera obietta sul voto elettorale di uno stato, Senato e Camera separatamente discutono dell’obiezione. Se Senato e Camera concordano, il voto riflette la decisione del Congresso.

Ma se, come è molto probabile, dopo le elezioni del 2020 il Senato sarà a maggioranza repubblicana, e la Camera a maggioranza democratica… «abbiamo un problema». L’ultima volta che è capitato è stato nel 1876, e stava per scivolare in uno scontro tra eserciti statali con minacciata marcia su Washington. Poi tutto si risolse con un compromesso. Oggi scontri tra forze militari locali non sono immaginabili, ma certamente la democrazia americana sarebbe sottoposta ad un forte stress nelle sue istituzioni di base. A fianco della contestazione parlamentare, potrebbero scoppiare disordini violenti diffusi, com’è accaduto nelle settimane recenti dopo le violenze della polizia sui manifestanti.

In tutto il mondo le democrazie liberali hanno subito l’impatto forte delle nuove tecnologie e dei social network, fake news incluse. I leader sovranisti ne hanno approfittato per riaffermare i principi di «ordine e progresso». Ma con risultati economici scadenti per i propri cittadini, e disastrosi nella gestione della pandemia del Covid, come abbondantemente dimostrano le statistiche disponibili.
Stalin pare che una volta abbia detto: «Le libere elezioni sono un problema, perché non si sa mai chi vince». Aveva ragione