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EDITORIALE

Peggio del wrestling: tra Trump e Biden offese e colpi bassi

di Paolo Ferrandi -

01 ottobre 2020, 10:56

Peggio del wrestling: tra Trump e Biden offese e colpi bassi

Doveva essere un dibattito quasi asettico per il format scelto (risposte di due minuti a testa senza possibilità di interruzione alle domande del moderatore, un professionista serio e quasi serioso, cioè Chris Wallace di Fox) e per il distanziamento sociale che non permetteva ai due candidati - il presidente Donald Trump e lo sfidante Joe Biden - di muoversi dalle loro postazioni. Invece è stato, per usare l’espressione di uno che se ne intende - David Frum che scriveva i discorsi per George W. Bush - «il peggior dibattito presidenziale della storia» o, per usare l’espressione icastica di Dana Bash, la commentatrice della Cnn che si è anche scusata dopo averlo detto, uno «shit show», cioè uno «spettacolo di m***a». Con meno volgarità il Wall Street Journal lo ha definito un pessimo spettacolo di wrestling, scusandosi subito con i lottatori «che sono dei professionisti seri». Un'indignazione che hanno provato anche gli spettatori - quelli che hanno avuto la voglia di andare fino in fondo - che secondo i sondaggi nella stragrande maggioranza hanno definito «irritante» il dibattito. E probabilmente perché non c’era un’espressione più colorita per esprimere il loro disappunto. Ai punti, stando a questi sondaggi, pare che abbia avuto la meglio Biden, forse perché si prova simpatia per chi viene bullizzato e risentimento per chi alle elementari cercava di rubarti la merenda. Ma se il livello è questo, altro commento quasi unanime negli Stati Uniti, hanno perso tutti. Onestamente, a parte il continuo interrompersi dei due protagonisti (con Trump che in questo è stato protagonista in negativo) e le contumelie assortite che si sono scambiati, c’è poco da commentare. Anche perché nessuno dei due candidati è riuscito ad articolare qualcosa di più concreto di un insulto o, quando, andava bene di uno slogan vuoto.
Dal punto di vista politico è rimasto il fatto che Biden, di fronte a Trump che cercava di dipingerlo come un pupazzo nelle mani della sinistra, anzi dei comunisti, è sembrato ancor più centrista di quello che la sua campagna cerca di farlo apparire. E questo per lui è un bene (lo aiuta con gli elettori indipendenti) e un male (potrebbe alienargli le simpatie degli elettori più a sinistra). Di contro Trump per l’ennesima volta non ha condannato la violenza delle frange più eversive della sua base elettorale. Anzi ha chiesto ai «Proud Boys», un gruppo suprematista considerato pericoloso sia dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani sia dalle agenzie federali, di «stand back and stand by», cioè di «stare calmi e di stare in allerta», quasi fosse il loro capo spirituale. E loro hanno subito fatto le magliette con lo slogan del presidente. Cosi come sono già in vendita le magliette con lo slogan di Biden che a un certo punto ha detto a Trump di chiudere la bocca, in una forma decisamente irrispettosa: «Will you shut up, man?», aggiungendo che il comportamento del tycoon era assolutamente non presidenziale.
Un altro punto da mettere in luce è che entrambi i candidati ritengono possibile che il 4 di novembre non si sappia chi ha vinto le elezioni, visto che bisognerà tenere conto delle schede (che saranno tante) arrivate per posta. Trump ha già detto che le schede postali permettono brogli nei suoi confronti e ha ripetuto che non è detto che di fronte a una sconfitta ammetta di aver perso. Biden, invece, ha chiesto ai suoi elettori di andare a votare in massa per scongiurare, con una vittoria con largo margine, lo scenario preoccupante di giorni di incertezza e di pulsioni violente contrapposte.
Resta da dire che il prossimo dibattito, per fortuna, non è un faccia a faccia, ma prevede che i due candidati rispondano alle domande del pubblico. Ci sono quindi speranze che si svolga in un modo meno deprimente. Ma, tenuto conto, del clima politico attuale e del temperamento di Trump non è detto che succeda.