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EDITORIALE

L'invidia criminale verso chi è «troppo felice»

di Vittorio Testa -

02 ottobre 2020, 08:38

L'invidia criminale verso chi è «troppo felice»

Antonio ha ucciso la coppia di amici giovani e belli che gli avevano affittato una delle tre stanze dell’appartamento. In pratica vivevano insieme, ma lui li vedeva con la lente dell’invidia, mostro maligno che si rintana dentro di noi e se non tenuto a bada da un’educazione alla tolleranza, al rispetto e al vivere civile, diventa un ‘giustiziere’ inesorabile di chi riteniamo responsabile della nostra pochezza al confronto della loro fortuna. Antonio vedeva sé stesso immeritatamente escluso dall’amore e dalla loro allegria, dal loro entusiasmo. Ma quali amici. Forse in preda ai morsi della gelosia, magari sentendo momenti di dolce intimità tra i due fidanzati, ha deciso di togliere dal panorama della sua esistenza la causa del proprio dolore: l’insopportabile spettacolo dei sorrisi e delle carinerie tra i due coinquilini colpevoli di troppa felicità. Poi è andato tranquillamente a una festa serale con i soliti amici. Arrestato dai carabinieri ha raccontato la propria soddisfazione per la riuscita del duplice delitto, progettato fin da cinque giorni prima: un atto che ha messo fine alla sofferenza via via alimentata dalla coppia che con i suoi riti di tenerezza e piacere faceva risaltare a contrasto la sua mancanza di autostima, l’incapacità d’amare. Ma c’è un Antonio in nuce in ciascuno di noi. Alzi la mano chi non ha mai provato invidia, seppure in maniera blanda, diciamo passiva, come una leggera increspatura di umore,alla notizia di una fortuna capitata a un conoscente, a un collega, persino a una persona cara: il nostro io ferito dall’altrui successo non fa distinzioni, giudica tutti i premiati immeritevoli ladri di fortuna. 
Rovesciando il concetto, La Rochefoucault scolpisce un aforisma trafiggente «Anche nelle disgrazie dei nostri migliori amici c’è qualcosa che non ci dispiace». 
Certo siamo alle origini di un risentimento controllabile, del quale riusciamo anche a vergognarci, ma che è comunque connaturato dentro di noi e all’occasione pulsa di contentezza per il danno subito dal prossimo e dispiacere per il bene altrui, chiunque esso sia: non è così fin dal primo delitto del mondo, quello di Caino e Abele?
Allo stato iniziale, non ancora potente e prepotente, l’invidia si traveste da legittima libertà di commento e imparzialità di giudizio, si mantiene nella palude della calunnia e della maldicenza, ma è comunque incessante generatrice di aggressività vendicativa, pronta a scatenarsi con impeto irrazionale contro chi è ritenuto colpevole della nostra umiliazione. 
«Non c’è odio più potente dell’invidia» dice Schopenhauer. 
E l’odio non conosce moderazione, covato a lungo diventa mortale, disumanizza la vittima, riducendola a forma di vita spregevole, colpevole ostacolo al nostro sacrosanto diritto a nascondere i nostri fallimenti che annullano l’autostima e ci trasformano in potenziali mostri senza più freni inibitori. 
Poi, certo, è un esercizio difficile quello di sondare i buchi neri della nostra psiche, leggere e decifrare le nostre reazioni e pulsioni istintive. 
Siamo da sempre tutti potenziali Antonio: oggi, in questo tempo di crisi totale e di violenza praticata come strumento legittimo, il rischio è ancora maggiore.