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L'anti-Covid è obbedire ai virologi

05 ottobre 2020, 08:42

L'anti-Covid è obbedire ai virologi

DOMENICO CACOPARDO 
La gestione attuale della pandemia è un tema «di fatto» da affrontare senza pregiudizi politici e ideologici, ma soltanto secondo convenienza collettiva. È, infatti, sotto gli occhi di tutti il contrasto tra il ritorno del Covid 19 e l’esigenza di sostenere la vita economica e sociale del Paese. Benché sia stato contrario alla proroga di luglio dello stato di emergenza, ritengo che oggi ci siano tutte le condizioni per invocare una nuova proroga (art. 24 del d.l.vo 22 gennaio 2018, n. 17).
I contagi, dopo essere affievoliti sin quasi ad azzerarsi in luglio, sono gradualmente cresciuti per l’assenza di cautele in coloro che, durante l’estate, si sono recati all’estero o in luoghi di villeggiatura e, poi, in settembre, sono continuati sino a raggiungere dopo una decina di giorni dalla riapertura delle scuole (sono alcune centinaia i plessi chiusi per sanificazione e quarantena di professori e studenti) i livelli attuali, confrontabili con quelli di aprile e maggio. L’unica differenza è che, per ora, si sono identificati i cluster e, quindi, non c’è (non c’è ancora) la pandemia diffusa che abbiamo visto colpire alcune città, Milano in particolare.
Accanto alla proroga dell’emergenza, vanno valutati gli effetti della recidiva sullo svolgimento della vita civile. Sembra di capire che il governo non abbia intenzione di ricorrere a un generale lock-down come quello decretato a marzo. Questo significa riconoscimento delle esigenze della popolazione attiva, quella che vive di lavoro e non di sussidi e che ha l’assoluta necessità di continuare a esercitare tutte le attività che esercitava prima del Covid 19, applicando lo smart-working solo nei casi in cui non nuoccia all’attività stessa.  
E non possiamo nasconderci che l’affollamento di metropolitane e di mezzi pubblici di superficie è eccessivo ma inevitabile, almeno finché non saranno consegnati nuovi mezzi di trasporto.
Del resto, qualunque altro approccio alla situazione presenta profili più discutibili e sostanzialmente peggiori. Il caso Trump ha mostrato alla popolazione mondiale come ogni atteggiamento riduttivo o negazionista alla lunga diventi insostenibile. Una sorta di Nemesi colpisce coloro che si sono più esposti nel rifiutare le minime norme di difesa stabilite dagli uffici incaricati di gestire l’emergenza.
 Anche il caso Juventus-Napoli si iscrive nell’elenco di situazioni critiche. Il conflitto tra norme di associazioni private come la Lega Calcio o semi-private come la Figc, e le norme dell’ordinamento statale, dirette e derivate, incide sui valori in campo: da un lato la salute pubblica, dall’altro gli interessi economici delle società calcistiche e di chi vi opera.  Non era legalmente possibile che i giocatori del Napoli, pur negativi, ma già vicini a contagiati, abbandonassero le quarantene per raggiungere Torino. E sorprende molto l’atteggiamento «unfair» della Juventus che, invece di sodalizzare con gli sfortunati rivali, ha annunciato di essere pronta a scendere sul terreno (il match vinto a tavolino e per 3 a zero).
 Il governo deve riaffrontare il caso ristabilendo se il calcio sia o non sia un’attività economica (oltre che sportiva) da consentire e con quali restrizioni. Atteggiamenti di rivolta debbono essere trattati con le severe norme in vigore. 
Alla contraddizione generale, c’è tuttavia una sola via d’uscita, obbligata, non del governo non dell’opposizione: attuare rigidamente le indicazioni delle autorità sanitarie in materia di prevenzione del contagio. Indicazioni ben note, ma irresponsabilmente violate.
Certo, la vita economica (e quella sociale, nei limiti) deve riprendere per attenuare gli effetti disastrosi che abbiamo già misurato, ma a tutti, senza illusioni, è affidato il compito di fare la propria parte.
DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it


 

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