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EDITORIALE

La via Emilia può guidare il cambiamento tecnologico

di Franco Mosconi -

07 ottobre 2020, 09:15

La via Emilia può guidare il cambiamento tecnologico

C’è una felice espressione coniata dalla Commissione europea per descrivere il nuovo modo di fare industria, oggi, nel XXI secolo. Il riferimento va – citiamo – alla «duplice transizione, ecologica e digitale». E la Commissione così prosegue: essa «toccherà ogni componente dell’economia, della società e dell’industria. Richiederà nuove tecnologie, cui dovranno corrispondere gli investimenti e l’innovazione necessari. Creerà nuovi prodotti, servizi, mercati e modelli di business. Darà forma a figure professionali inedite, che richiederanno competenze non ancora disponibili. E richiederà il passaggio dall’attuale produzione lineare all’economia circolare» (Bruxelles, 10 marzo 2020).
Sono parole illuminanti in sé e lo sono, crediamo, a maggior ragione se le decliniamo nella nostra città, che giusto venerdì scorso è stata teatro dell’inaugurazione di Le Village, un’importante iniziativa voluta da Crédit Agricole: «Il “laboratorio” che inventa il futuro», ha titolato la «Gazzetta» sabato scorso, nel dare conto dell’evento.
Qual è, dunque, il fil rouge che lega le due storie che qui abbiamo menzionato? È lo sforzo di promuovere il cambiamento tecnologico, che è da sempre l’autentico motore della ricchezza delle Nazioni. Difatti, le start-up ospitate al Village operano nei seguenti cinque ambiti: Pharma e life science (farmaceutica e scienze della vita); Agrifood tech (tecnologie agroalimentari); Regenerative (sostenibilità ambientale); Meccanica e mobilità; Automazione industriale e digital. 
Nell’insieme, danno significativamente vita all’acronimo «Parma», ma quel che più conta è che si tratta di specializzazioni tecnologiche e industriali capaci di rappresentare la naturale evoluzione della specie. L’ecosistema manifatturiero che si snoda lungo la Via Emilia vanta ormai tradizioni illustri in settori quali l’agroindustria, l’automotive, la farmaceutica, la meccanica di precisione (oltre che nell’arredo casa e nella moda): settori ove operano imprese, private e cooperative, di un po’ tutte le dimensioni (per fortuna anche medio-grandi), sovente raggruppate nei distretti industriali (o «cluster»). Alcuni di questi settori hanno qui, nell’economia parmense, il loro vero e proprio terreno d’elezione.
La duplice transizione – ecologica e digitale – di cui parla la Commissione europea taglia, per così dire, trasversalmente tutti questi settori, che per semplicità possiamo definire tradizionali. Da tutte queste contaminazioni, nascono le innovazioni di prodotto (nuovi beni) e di processo (nuovi metodi di produzione). È qui che l’importanza delle (nuove) piccole imprese diviene cruciale; in primis, di quelle nuove imprese che nascono per sviluppare idee concepite nei laboratori di ricerca, universitari e non. L’esperienza internazionale, europea ed italiana insegna che, nel mondo delle start-up, alcune sopravvivono, mentre altre non ce la fanno a superare tutti gli stadi iniziali. Ma quelle che ce la fanno apportano un grande contributo all’economia e alla società, giacché crescono molto velocemente e aiutano un sistema-Paese (così come una città e una regione) a spostarsi verso la frontiera del progresso tecnologico.
L’Italia ha un disperato bisogno di ciò se vuole conservare la sua straordinaria posizione di seconda manifattura d’Europa dopo la Germania. Il divario che separa l’economia italiana da quella tedesca nel rapporto fra investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) e prodotto interno lordo (Pil) è assai ampio: l’1,3% contro il 3%. L’Emilia-Romagna, certo, si colloca su un gradino più elevato (è intorno al 2%) rispetto alla media nazionale, ma confrontandola con il principale Land manifatturiero le distanze restano fortissime (il Baden-Württemberg investe quasi il 5% del Pil in R&S).
Sono molti i motivi che inducono a guardare con speranza a ciò che all’interno del Village, in via Cavestro, si muove: su tutto, i giovani talenti e la conoscenza che sanno esprimere. Il filo rosso che lega le grandi tendenze dell’economia contemporanea alla Via Emilia è un filo sottile, ma robusto. Nelle fasi di grande cambiamento tecnologico, come è quella che stiamo vivendo, non va mai dimenticata la magistrale e lungimirante lezione di Joseph A. Schumpeter – correva l’anno 1911 – sull’importanza delle nuove imprese: «Non è il padrone delle diligenze a introdurre le ferrovie».
FRANCO MOSCONI
Professore ordinario di Economia 
e politica industriale all’Università di Parma