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EDITORIALE

Il preteso diritto alla felicità e la dietrologia dei “negazionisti”

di Vittorio Testa -

12 ottobre 2020, 08:36

Il preteso diritto alla felicità e la dietrologia dei “negazionisti”

Che nell’aria insieme al Covid 19 ci sia anche, più potente e generatore di aggressività, il virus  dell’incredulità?  Dunque, secondo i cosiddetti “negazionisti” del Covid 19, stiamo cadendo  sotto una «dittatura sanitaria» di portata mondiale. Non credono affatto che i 36mila morti siano stati causati dal coronavirus, sostengono che fossero persone deboli colpite dall’influenza. Le  bare, i ricoveri, le terapie intensive, i medici morti per contagio, non sarebbero altro che una gigantesca messinscena attuata da prezzolati giornalisti, utili idioti di un complotto ordito da  perfidi super poteri che vogliono dominare il mondo. 
Le mascherine   finiscono smascherate: in realtà, sostengono i “negazionisti”, sono un bavaglio imposto dai nostri politici per instaurare un regime autoritario. E’ persino nato il “Popolo delle donne”, e in pochi giorni l’appello «Salviamo i bambini dalla dittatura sanitaria»  ha raccolto 30mila firme. Ovviamente, un  esercizio di dietrologia tira l’altro, sicché è tutto un fiorire di teorie interpretative e di individuazione dei nemici della libertà, strateghi antidemocratici tra i quali il Papa. Ma al di là delle forzature e dell’ampiezza accusatoria, questa ribellione già scesa in strada potrebbe diventare una miscela esplosiva che, come è già accaduto nella nostra storia in tempi di smarrimento, di crisi economica e di antiparlamentarismo, finirebbe con il provocare, questa sì, le condizioni per uno sbandamento pericolosissimo. In piazza a Roma si sono sentiti slogan preoccupanti e viste facce di cittadini esasperati a stento contenuti dalla polizia, accusata poi di maniere forti.
Il rischio è molto alto e lo scontento è  alimentato dalla confusione che ha accompagnato la crescita della pandemia. Virologi schierati in contrapposizione, chi sosteneva la pericolosità  del virus e chi ne negava persino l’esistenza. Sul fronte politico è stato un disastro, con uno stop e riparti, un dire e contraddirsi addirittura nello stesso giorno. Certo è facile criticare, ci siamo trovanti davanti a un’emergenza difficile da gestire, ma siamo stati colti di sorpresa anche per colpa dei nostri eletti, del governo e delle mancate contromisure da prendere in  fretta. La credibilità del nostro ceto politico, già in crisi e in costante diminuzione, è crollata. Nel contempo, dirottate tutte le forze nella battaglia antivirus, gli ammalati d’altro sono stati abbandonati a loro stessi. In un Paese come il nostro, che peraltro ancora non conosce la completa verità sui mandanti delle tante stragi “misteriose”, tutto questo ha pesato non poco nel provocare l’insorgenza dei “negazionisti”. In questo panorama di crisi completa, politica e sociale,  e soprattutto causa di angosciosa incertezza e timore sul nostro futuro, va inserita una riflessione sulla mutazione avvenuta dei nostri costumi e atteggiamenti nei confronti della vita, del potere, delle istituzioni. 
Il benessere diffuso a un livello medio di consumi e lussi inarrivabili  in altri Paesi, seppure più ricchi di noi; settant’anni senza la devastazione e la falcidie di una guerra  hanno via via ingenerato in noi la pretesa di intangibilità dell’opulenza e del vivere sereni. Anzi, siamo diventati cittadini che dallo Stato e dai nostri governi pretendono il mantenimento di una così alta  qualità della vita.
Crediamo di avere il diritto alla guarigione immediata delle malattie; una  polizia che elimini del tutto la delinquenza; che la scuola educhi come si deve i figli trascurati da noi. Insomma pretendiamo il diritto alla felicità. Abbiamo dimenticato di essere figli del nostro tempo, ora chiamati dopo anni di crescita economica e sociale a grossi sacrifici: com’è sempre stato e sempre sarà. C’è un equivoco di fondo: in questi giorni un filosofo molto “mediatico” ha posto  il quesito fondamentale della civiltà in  modo  falso e obliquo: meglio vivere da reclusi  per restare sani o scegliere la libertà di rischiare? Ma la nostra libertà ha un limite, quello di non danneggiare il prossimo. Altrimenti è  prepotenza inaccettabile.