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EDITORIALE

Corporativismi e anacronismi nel pieno della seconda ondata

di Domenico Cacopardo -

14 ottobre 2020, 08:36

Corporativismi  e anacronismi  nel pieno della seconda ondata

Fuori tempo e fuori luogo appaiono, oggi, nel pieno della seconda ondata di pandemia, le posizioni sindacali rispetto al rinnovo dei contratti collettivi e sul ruolo dello Stato nella tutela del sistema delle imprese. 
E dire che ci sono stati tempi in cui il sindacato, nel suo insieme, s’è presentato come unico interlocutore per il successo delle posizioni riformiste che, con alterne vicende, hanno animato le stagioni politiche nazionali. L’inversione di marcia, dopo che un benevolo Fato aveva posto contemporaneamente ai vertici delle tre organizzazioni sindacali più rappresentative (Cgil, Cisl, Uil) tre leader come Luciano Lama, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto disposti a introdurre nel sistema i correttivi che ne avrebbero determinato il successo, avvenne con l’ingresso in scena di Sergio Cofferati, autore di un inatteso irrigidimento che colpì al cuore il governo D’Alema, sui temi sensibili delle pensioni e del mercato del lavoro. Naturalmente, sono profondamente cambiate le condizioni generali del Paese, anche se, in ogni caso, un sindacato attestato su posizioni riformiste avrebbe fatto comodo all’Italia. Non a questo o a quel partito, ma al Paese nel suo complesso e alla sua classe lavoratrice. 
Ne osserviamo esempi negativi proprio in questi giorni. Lando Sileoni, segretario generale della Fabi (il principale sindacato dei bancari), per esempio, ritiene preferibile un Monte dei Paschi di Siena (la grande banca reduce dal disastro di una serie di devastanti amministrazioni e ora -e provvisoriamente- di proprietà dello Stato) ancorato al sistema pubblico, perché, se fosse privatizzato, verrebbero operati ampi tagli occupazionali.

E, aggiunge che le aggregazioni nel settore vanno sostenute alla sola e imprescindibile condizione che comportino il mantenimento dell’occupazione.

Insomma, Sileoni auspicherebbe che le lancette degli orologi indietreggiassero di 60 anni, per riportarci alla «felice» stagione delle partecipazioni statali. Non si pone il problema cruciale della competitività che presiede e determina tutte le razionalizzazioni in corso, volte a porre sul mercato anche le aziende italiane, reduci da tempi migliori ma votate a recuperare posizioni di e nel mercato.

Anche sul tema caldo dell’Ilva di Taranto il sindacato -qui supportato dal governo che non riesce a cogliere la necessità di acciaierie capaci di affrontare con successo, come è stato per lungo tempo, la concorrenza, ha posto la condizione irrinunciabile del mantenimento dei livelli occupazionali a dispetto dello stato dei fatti. Una situazione, quella dell’Ilva, estremamente pasticciata dai vari responsabili politici e dall’azione giudiziaria, nella quale non tutti gli altiforni sono in funzione e, quindi, solo una parte della forza lavoro può trovarvi impiego. La soluzione, ancora una volta prescelta, è quella di aggravare il conto economico dell’azienda dell’extra-costo di una mano d’opera esuberante, molto esuberante. Sia nel caso del Monte dei Paschi di Siena che in quello dell’Ilva il conto delle diseconomie finisce nelle tasche del Tesoro, cioè sul conto dell’italiano contribuente.

La questione, del resto, è tornata in primo piano l’altro ieri, all’Assemblea di Assolombarda, nel corso della quale, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi non ha fatto mancare la sua voce sui temi d’attualità e, in particolare, sulla questione del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici. Qui, come sappiamo, siamo nel campo dell’unico settore produttivo che tira, tanto da essere considerato l’attuale locomotiva nazionale. Ebbene, qui il sindacato -adeguatamente supportato da un leader nient’affatto riformista come Maurizio Landini- preme per aumenti salariali che la parte datoriale giudica eccessivi e tali da incidere in modo negativo sul conto economico delle aziende. Bonomi ha ricordato, fra l’altro, che siamo in un periodo di inflazione zero o negativa e che, in un contesto di crisi generale come questo, un aumento retributivo si può realizzare in limiti molto ristretti.

Dobbiamo quindi constatare che ci manca proprio un governo capace di gestire l’emergenza, di affrontarla non con il meccanismo dei sussidi a pioggia (Sussidistan) ma puntando sul sostegno delle attività produttive, soprattutto ad alto impiego di mano d’opera. Ed è emerso, durante quest’Assemblea, che le decine di miliardi gettate nella fornace dell’assistenza si sarebbero ben meglio impiegate come anticipazione dei vari fondi dell’Unione europea, una sorta di raccordo finanziario nel quale le risorse nazionali avrebbero costituito il cemento di una fase di transizione pronta a decollare con l’arrivo del Recovery Fund. Tutte cose stranote che i palazzi romani fingono di ignorare.