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EDITORIALE

È l'ora di alzare il velo sul terrorismo islamico

di Domenico Cacopardo -

03 novembre 2020, 12:22

È l'ora di alzare il velo sul terrorismo islamico

Tunisino di Sfax (storico porto d’imbarco di immigrati), Aouissaoui Baharain, 21 anni, è l’autore dell’attacco terroristico (29 ottobre) a Notre Dame di Nizza, una chiesa ben nota anche agli italiani che hanno trascorso qualche tempo in città. Era sbarcato il 20 settembre 2020 e, dopo due  settimane di quarantena, era arrivato a Bari l’8 ottobre. Qui gli sarebbe stato consegnato un ordine di rimpatrio e sarebbe stato, peraltro, messo in libertà. Perciò, privo di remore, si è recato a Roma, dove, una settimana prima, è salito su un pullman per Nizza. La successione degli eventi, perciò, pone l’Italia nella difficile situazione di paese «ricevente» e «rilasciante» e il governo, quindi, benché a livello internazionale nessuno abbia rilevato una violazione delle procedure da parte nostra, naturale destinatario delle dure proteste dell’opposizione.
Sul punto, per memoria, occorre ricordare che mentre altri paesi (Usa in primis) dispongono di prigioni amministrative, noi non ne disponiamo. Gli hot-spot, stabiliti di concerto con l’Unione europea, non possono essere considerati equivalenti a campi di concentramento. Chiunque vi sia ospitato, se ne può andare quando vuole a meno che non sia identificato come autore di un reato che comporti la reclusione. Il perché di queste limitazioni va trovato nell’articolo 13 della Costituzione: «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge».  
E l’autorità giudiziaria così indulgente nei confronti di se stessa e delle bibliche reclusioni preventive da lei disposte, sul punto (il sostanziale fermo degli immigrati illegali) è irremovibile. E giustamente, visto che la politica, se intendesse modificare l’attuale regime ha a disposizione il procedimento di modifica costituzionale: basterebbe un breve inciso, un’esclusione. Naturalmente, si tratta di una norma determinata dalla volontà di tutelare la libertà personale degli italiani che tutela la libertà personale anche degli stranieri a qualsiasi titolo presenti nel territorio nazionale. Situazione giuridica che è ben nota ai politici di maggioranza e di minoranza.
Da questo punto di vista, ha le sue ragioni la ministra Luciana Lamorgese, nel confermare l’accaduto (in Italia) e a rivendicare la perfetta legalità dell’operato del suo dicastero.
C’è tuttavia un particolare che merita di essere messo in rilievo. I movimenti di Aouissaoui Baharain sino alle 8.29 del 29 settembre, denunciano la conoscenza e l’utilizzazione di una diffusa ed efficiente rete terroristica di appoggio. Il giovanotto non era mai stato in Italia o in Francia. Qualcuno - a Sfax o in Italia - gli ha indicato i riferimenti giusti. Aouissaoui, poi, strada facendo, li ha puntualmente usati. La stessa meta del raid terroristico gli è stata, all’evidenza, suggerita.
Perciò, questa organizzazione logistica, in Italia dormiente, è nata, si è definita, si è radicata nell’apparente ignoranza dei servizi segreti. Soprattutto dell’Aisi, l’agenzia che ha il compito di monitorare il «fronte interno». È vero che anche altri servizi di nazioni dell’Ue si sono lasciati prendere alla sprovvista dalle improvvise incursioni di terroristi: rispetto a essi è venuta meno la teoria dei lupi solitari, giacché anche essi hanno bisogno di appoggi, di fornitori di armi ed esplosivi.
Se c’è - come da decenni si sussurra a Roma nei corridoi che contano - un’intesa segreta, non scritta (che tutelerebbe anche la Chiesa cattolica italiana) con i movimenti terroristici islamici («Voi non ci aggredite. Noi vi ignoriamo»), questo è il momento di mostrare a noi stessi e ai nostri alleati che l’ipotetico accordo (rispettato dal 27 dicembre 1985, quando Al-Fath attaccò nell’aeroporto di Fiumicino i banchi del check-in della compagnia aerea israeliana El-Al e dell’americana Twa, uccidendo 13 civili, 76 i feriti) non può significare un silenzio cieco e omertoso, visto che in Italia sono prosperate molte cellule terroristiche risultate poi coinvolte in varie stragi in giro per il mondo. E, oggi, sarebbe necessario che il governo pretenda che l’Aisi di ponga precisi e decisi paletti alla «turpe» intesa. Nel melmoso backstage delle vicende del terrorismo islamico, dobbiamo poter rivendicare una posizione e un’immagine specchiata. Al di là di ogni insinuazione o dubbio.