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EDITORIALE

La pelle dell'orso Donald Trump

di Paolo Ferrandi -

05 novembre 2020, 09:38

La pelle dell'orso Donald Trump

Tutti si aspettavano la grande onda blu capace di lavare l'onta di un presidente, Donald Trump, troppo poco presidenziale per piacere a molti politici repubblicani (ma non alla base conservatrice). E invece l'onda vendicatrice non è arrivata. Anzi quella che per Joe Biden doveva essere una strada in discesa verso la presidenza si è trasformata in una Via Crucis, anche se è probabile che l'esito non sarà cruento.

Infatti per ora - e probabilmente ancora per un giorno o due - non sapremo chi ha davvero vinto la corsa alla Casa Bianca.  Biden ha possibilità concrete di vittoria, ma anche Trump può farcela e, se una cosa abbiamo imparato, è che è meglio non fidarsi troppo delle estrapolazioni statistiche. Quindi, come dicono gli americani, teniamo contro che «non è finita finché non è finita» e aspettiamo il momento in cui l'ultimo voto sarà contato per cantare vittoria o stracciarci le vesti.

Però alcune considerazioni possiamo farle. Una è l'ennesimo fiasco dei sondaggi che davano in testa senza troppi patemi Biden e invece, come nel 2016, è spuntato l'orso Trump - la cui pelle era stata venduta troppo presto - e si è mangiato in un sol boccone tutti i grafici e i file excel dei pollster. È a questo punto un dato di fatto che c'è qualcosa di sbagliato nelle elaborazioni statistiche sui sondaggi elettorali negli Stati Uniti. Probabilmente gli elettori di Trump sfuggono alla rete dei sondaggisti a cui serve un bel bagno di umiltà perché errare (come nel 2016) è umano, ma perseverare (come nel 2020) è diabolico.

Il secondo spunto di riflessione è il fatto che Trump, con tutti i suoi atteggiamenti eversivi ha comunque intercettato il sentimento profondo di una parte di elettorato, ormai non più solo maschio e bianco, visto che è andato bene anche con la minoranza ispanica.  Ieri, per esempio, ha continuato a martellare che non bisognava scrutinare le schede arrivate per posta perché tanto ormai aveva vinto lui e qualunque altro risultato sarebbe stato un broglio.  Il che da un punto di vista istituzionale è un vero e proprio orrore. Ma è anche un modo per mantenere calda la base dei suoi sostenitori, che è quello che a lui interessa. Un atteggiamento più da star televisiva che da statista, ma è proprio su questo che si basa il successo di Trump. Una leadership che probabilmente non è la più funzionale del mondo per governare e amministrare, ma che è un portento quando si tratta di una campagna elettorale.

E veniamo ora a Joe Biden, che forse vincerà, ma che non avrà sicuramente la doppia maggioranza dem (Camera e Senato) di cui si vagheggiava. Ha impostato tutta la campagna elettorale sulle sue doti empatiche - rispetto al narcisismo cattivo di Trump - ma alla prova del nove è stato il tycoon a mettersi in sintonia con il suo pezzo di Paese e non Biden. L'ex vicepresidente ha perso voti - rispetto a quelli promessi dai sondaggi - un po' dappertutto e ne ha guadagnati solo tra gli elettori che gli assomigliano: i bianchi benestanti di una certa età.

Forse un po' più di radicalità - Trump a suo modo è molto radicale, almeno a parole - gli avrebbe giovato. Sicuramente più dell'aurea mediocrità di cui si è ammantato. Visto con gli occhi di oggi è stato profetico il siparietto con Barack Obama che segna un canestro da tre con la calma olimpica dei leader naturali, mentre il candidato vero, cioè Biden, tipo vecchio nonno, non può che applaudire un po' imbarazzato anche perché, probabilmente,  in gioventù una cosa così non gli era mai riuscita. Insomma ai democratici serve una cura da cavallo di leadership, come quella che Trump ha fatto ingurgitare a forza  ai repubblicani. E forse un po' di sano populismo di sinistra.