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EDITORIALE  

I timori dell'interregno e la mancanza  di etica istituzionale

di Domenico Cacopardo -

06 novembre 2020, 09:21

I timori dell'interregno e la mancanza  di etica istituzionale

Ieri, in mattinata, Trump ha chiesto di arrestare le operazioni di scrutinio del Massachusetts, del Wisconsin, della Pennsylvania e della Georgia. All’evidenza si trattava di bloccare schede arrivate per posta. In Pennsylvania alle 17.30 lo scrutinio è stato «temporaneamente» sospeso. Un brutto segno di debolezza per chi s’era presentato al mondo nella notte tra martedì e mercoledì dichiarando di avere già vinto, anche se aveva annunciato che era in corso una frode. Un’affermazione quanto meno prematura da parte di un combattente narcisista, determinato, feroce, irrispettoso delle regole e incapace di fermarsi anche di fronte alle maggiori assurdità. La frode, infatti, era stata evocata mentre i numeri gli davano ragione. Evidentemente sapeva che era in corso un importante aggiustamento di tiro, mentre lo spoglio avanzava e ancora prima che si iniziassero a esaminare i voti per posta. Una valanga, intorno ai 100 milioni, dovuta ai timori suscitati dalla pandemia in un pubblico meno «macho» - niente mascherina e armi in pugno - del trumpismo diffuso in mezza America. Quindi, un pubblico più vicino ai democratici che ai repubblicani.


Voglio ricordare che il voto per posta fu introdotto durante la Guerra di secessione, perché i militari in guerra partecipassero alle elezioni. 
Quanto alla frode, sottolineo che il voto per posta ha riguardato tutti gli stati, anche quelli a guida repubblicana e che è impossibile truccare oltre 100 milioni di voti o il loro spoglio, anche se quelli che noi chiamiamo scrutatori (repubblicani) stanno usando qualsiasi mezzo per impedire l’apertura di interi pacchi di schede.  Ma questo conta poco, visto che il fenomeno s’è così diffuso da rendere impossibile la frode e la contro-frode. Il paradosso di un presidente che tenta di gettare nel caos il post-elezioni purtroppo s’è avverato.   Ora, nel momento in cui scrivo, Biden ha 253 grandi elettori e Trump 213. Per raggiungere il fatidico numero di 270, ce ne vogliono rispettivamente 17 e 57. In Nevada (6 grandi elettori) e in Arizona (11) tuttavia la corta distanza tra Biden e Trump si è allungata e stanno per essere annunciate le relative attribuzioni. Stamattina, quando leggerete il giornale, Biden avrà ottenuto il riconoscimento di questi 17 grandi elettori che lo portano a 270 voti. Inoltre, due stati che sembravano conquistati da Trump, la Pennsylvania e la Georgia, dovrebbero avere registrato il sorpasso di Biden.


Donald Trump ha mobilitato un collegio di importanti avvocati. Egli invoca la Corte suprema federale, quella che è diventata repubblicana dopo la sua ultima nomina. Questo tribunale - sulla cui partigianeria punta il presidente (d’altro canto questo è il sistema: se non ci fosse Amy Coney Barrett la maggioranza sarebbe democratica) - è un’incognita, benché nella sua storia non manchino gli esempi virtuosi di assoluta terzietà e verrà in campo solo in un secondo tempo, quando avranno esaurito il loro corso i ricorsi presentati alle corti supreme dei singoli stati, anche esse legate alle maggioranze politiche che ne hanno nominato i giudici. Questa fase dovrà chiudersi entro il 14 dicembre. Si potrebbe invocare quel senso di responsabilità che fece sempre dichiarare agli uscenti la vittoria dei loro concorrenti, quando ci fu. Ricordo che Al Gore desistette dai ricorsi contro l’elezione di George Bush proprio nell’interesse della nazione.  Infatti, l’America, con i suoi obblighi di leadership mondiale, non può essere esposta all’insussistenza di un forte potere presidenziale, proprio per i rischi che può correre. Per non parlare degli interessi del business industriale, informatico e finanziario che hanno vitale necessità di operare (e prosperare) in un ambiente non tossico.
Se Biden è un mediocre, il presidente Trump ha esaurito il bagaglio di proposizioni speso all’inizio del mandato, quelle proposizioni fondate sull’affermazione di corto respiro «America first» (di corto respiro perché è consistita in protezionismo e isolazionismo, due ismi da tempo abbandonati per far grande l’America), e, con la gestione ondivaga e controproducente della pandemia, ha fatto dubitare del suo complessivo equilibrio.

C’è di che aver paura di una «transition» priva di etica politica e istituzionale, dominata da un egotismo patologico, e influenzata dalle esigenze affaristiche della coppia Jared Kushner-Ivanka Trump, incistata nel cuore dell’amministrazione, in una sorta di sublimazione del conflitto di interessi elevato a ordinario metodo di gestione. «God'll  bless America» certo. E fredda fermezza per uscirne politicamente vivi, anche nel senso dell’ordine pubblico e del freno alle milizie armate del presidente della più grande democrazia del mondo. 
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