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EDITORIALE

La vittoria di Biden e le incognite del futuro

di Paolo Ferrandi -

07 novembre 2020, 09:19

La vittoria di Biden e le incognite del futuro

Se -  come sarebbe logico, in un mondo retto dalla pura ragione - l'elezione del presidente degli Stati Uniti avvenisse con il metodo maggioritario su un collegio unico nazionale non ci sarebbe storia. Joe Biden,  dall'alto dei suoi 73 milioni e passa di voti complessivi, avrebbe battuto Donald Trump che di voti ne ha racimolati poco più di 69 milioni. Ma come sappiamo il sistema elettorale Usa è molto più frastagliato e si basa su sfide elettorali maggioritarie nei singoli stati con un sistema che, tra l'altro, punisce gli stati più densamente popolati. Il risultato è che, negli ultimi anni, per ben due volte - nella sfida tra Al Gore e George  W. Bush  e in quella tra Hillary Clinton e Donald Trump - chi ha vinto ha preso milioni di voti in meno  di chi ha perso. 

Sono le regole perverse  del Collegio elettorale che, come spesso accade nei paesi di common law, sono plasmate dalla storia, ma spesso sembrano anche contraddittorie, almeno a livello federale.

In ogni caso - tenendo conto che, come si dice, «non è finita finché non è finita» - Biden è in vantaggio in 4 dei 5 stati ancora non assegnati e le dinamiche del voto che resta da scrutinare lo favoriscono. In più Biden non ha bisogno di vincere  in tutti e 4 gli stati dove è in testa, ma, per esempio, potrebbe bastargli la sola Pennsylvania. Trump al contrario deve vincere in almeno 4 dei cinque stati rimasti. E questo senza tener conto che l'Arizona è già stata assegnata da molti media a Biden. Insomma ci vorrebbe un miracolo. E forse non basterebbe neppure quello.

A questo punto a Trump non restano molte alternative, sempre se si rimane nel campo della legalità. Ora la strategia della Casa Bianca è piuttosto attendista, nonostante del dichiarazioni da Rodomonte a cui ci ha abituato il tycoon. Dichiarazioni, comunque, da irresponsabile, tenuto conto della situazione. Il dire, infatti, che «ogni voto legale deve essere contato e ogni voto illegale non deve essere contato» è una banalità, visto che c'è una procedura  molto rigida per garantire l'integrità del processo elettorale e finora non c'è alcuna prova che sia stata manomessa. In ogni caso non è il presidente che decide quali voti sono legali e quali no, anche se Trump vorrebbe dichiarare legali i suoi consensi e illegali quelli di Biden. 

Quello che la Casa Bianca può fare - ed è legittimo - è chiedere un riconteggio del voto negli Stati dove il margine è stretto. E questo è già stato deciso per la Georgia. Però si tratta di una strategia che serve a prendere tempo, visto che è altamente improbabile che ci siano stati errori di conteggio a suo sfavore in tutti gli Stati in bilico. In più c'è un termine (la metà di dicembre) in cui tutte le discussioni dovrebbero essere chiuse. L'ultima volta che si è sforato alla fine è intervenuta la Corte Suprema  e - con una decisione molto contestata firmata proprio da Clarence Thomas,  il giudice più conservatore dell'attuale consesso -  ha bloccato d'imperio il riconteggio - molto laborioso, bisogna dire - della Florida, dando la vittoria a chi risultava in testa  in prima istanza, cioè George Bush. Se riportiamo quella decisione all'oggi, tenuto conto che Biden è in vantaggio in 4 stati su 5, appare difficile vedere quale giovamento possa trarre Trump da  questo tipo di strategia.