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 EDITORIALE

La complicata situazione che aspetta Biden

di Augusto Schianchi -

08 novembre 2020, 09:18

La complicata situazione che aspetta Biden

Con il successo in Pennsylvania, Biden ha vinto e si avvia a essere il 46esimo presidente degli Stati Uniti. Per il resto, però, le  elezioni americane sono andate, come molti temevano, nel modo peggiore.  Trump ha dichiarato vittoria nel voto da lui definito “regolare”, e  ha annunciato che farà ricorso per il riconteggio del voto postale. Ma il problema non finisce qua. Se anche Biden è stato eletto presidente, senza ottenere una maggioranza al Senato, si troverebbe nella condizione di un’anatra zoppa (nel linguaggio politico americano), dovendo contrattare ogni riforma importante con i Repubblicani. Senz’altro i Democratici non potrebbero attuare una politica economica radicale: non potranno abolire la riforma fiscale di Trump; non potranno perseguire gli obiettivi ambiziosi verso una Green Economy (con l’eliminazione dei carboni fossili entro il 2035); non potrebbero espandere l’assistenza sanitaria pubblica (l’Obamacare); legalizzare l’immigrazione clandestina con gli altri programmi sociali (come l’istituzione superiore gratuita, la riforma della previdenza sociale). Biden dovrà anche contrattare le principali iniziative di politica estera; e perfino la collaborazione dei collaboratori più stretti (secondo lo schema Advice & Consent – consiglia e acconsenti). 
Adesso il conteggio al Senato è 48 a 48, con il rinvio a gennaio del ballottaggio di 2 seggi in Georgia.

Quindi le elezioni hanno dato la risposta più importante, chi sarà il presidente; ma hanno lasciato in sospeso alcune risposte cruciali, come la maggioranza nel Senato, che determineranno il programma del Governo dei prossimi 4 anni. E’ molto probabile, tenuto anche conto della personalità del neo presidente eletto Biden, che il nuovo programma sarà in buona sostanza moderato, con una convergenza al centro, di compromesso con i Repubblicani. Certamente ci sarà un cambiamento di stile di governo del nuovo presidente, senza più insulti e minacce su Tweet, licenziamenti in diretta dei propri collaboratori, ribalti di alleanze internazionali e di antiche amicizie. Biden sarà “moderate and tolerant”, com’è nello stile anglosassone. Rinnoverà un patto di solidarietà con la parte di America che è rimasta indietro a causa della globalizzazione, ma anche per la pandemia del covid e la crisi degli oppiodi, ovvero la Desperate America.  Riprenderà un rapporto di amicizia con l’Europa, in ottica di alleanza cooperativa, e di ricerca del compromesso quando emergano gli inevitabili conflitti. Insieme Stati Uniti ed Europa dovranno affrontare il confronto con la Cina e l’India, l’altra metà del mondo, in ottica win-win. In Biden l’Europa potrà trovare l’alleato che la sostenga nella transizione del 2021 -le elezioni in Germania- con l’ingresso nella fase del dopo-Merkel.

I segnali provenienti dalle elezioni americani, per le analisi oggi disponibili, sono contraddittori. Biden ha ottenuto il maggior numero di voti per un presidente della storia americana. Ma con un vantaggio minore rispetto alle previsioni. Il partito democratico ancora una volta si è rivelato un partito di massa rivolto a sinistra, ma governato in modo elitario, con un gruppo dirigente che mantiene il complesso dei primi della classe (come a suo tempo la Clinton). 

Trump, per parte sua, ha avuto tanti più voti del previsto, segno evidente di un radicamento diffuso del trumpismo. Nelle scelte di voto, la gestione della pandemia è risultata irrilevante; è stata l’andamento dell’economia il criterio guida per il voto. Questo ha portato ad una polarizzazione elettorale, a due Americhe contrapposte, distinte sulla base dell’andamento del business privato del singolo elettore. Le diseguaglianze crescenti, infrastrutture pubbliche deteriorate, abbandonare gli “have-nots” a se stessi, comportano inevitabilmente un declino della democrazia e l’evanescenza dei suoi valori di partecipazione.

Il primo compito di Biden sarà proprio questo: suonare la campana - come ha scritto un grande scrittore americano - perché “nessun uomo è un’isola”.