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EDITORIALE  

Dall'Europa agli Usa, il centro torna alla ribalta

di Domenico Cacopardo -

11 novembre 2020, 08:42

Dall'Europa agli Usa, il centro torna alla ribalta

Joe Biden e Kamala Harris sono la testimonianza che le elezioni americane si vincono al centro. Una constatazione, peraltro, già suggerita dal risultato della consultazione europea del 2019, quando i tre partiti sostanzialmente centristi, sia pure con diverse accentuazioni, il Partito popolare (182), la Renewe Europe Group, nato dalla fusione dell’Alleanza dei liberali e dei democratici per l’Europa e La République En Marche (Macron) (108) e Socialisti e Democratici (154), hanno conquistato 444 deputati su 751: la maggioranza assoluta.
Il Partito democratico americano ha escluso dalla competizione le posizioni estreme, a sinistra, di Alexandria Ocasio-Cortez, Bernie Sanders,   Bill de Blasio(sindaco di New York City) e altri, e a destra di Mary Landrieu, Bob Casey e altri, per puntare con decisione sull’area centrista, che fa riferimento a Barak Obama.
 Ed è stata la consumata abilità di Biden a tenere tutti insieme, compreso il mondo del lavoro che, nelle ultime elezioni, aveva abbandonato il campo. Il risultato ha premiato questa scelta che s’è giovata degli eccessi di Donald Trump, giunto a svillaneggiare, in Arizona (perduta pour cause), Cindy McCayne, la vedova del senatore repubblicano John, eroe di guerra, già candidato alla presidenza contro Obama. E gli eccessi di Trump, in ogni settore della sua politica, dalla lotta al Covid-19, all’ordine pubblico, hanno impedito all’elettorato di centro che già votava repubblicano di votarlo in questa occasione.  
Certo, sia Biden che Trump sono stati primatisti di consensi (il numero definitivo dopo il 14 dicembre) segno che mai come quest’anno la competizione è stata sentita nel paese. Certo, anche Trump ha ottenuto un grande successo, insufficiente alla vittoria, ma egualmente grande. Testimonianza che il disagio sul quale era stata costruita la piattaforma trumpiana nel 2016 coglieva pienamente le attese di una parte importante della popolazione. Rispetto ad allora, sono state introdotte nel paese le dolorose tossine dell’odio, - un odio come mai si era visto -, mi dicono amici americani. Quindi, un Biden conciliante, empatico e nient’affatto estremista ha attenuato lo scontro frontale nonostante i tentativi del rivale di accendere i toni.
Ora, mano a mano che si avvicina all’insediamento, Biden dovrà ricucire nei confronti della sinistra interna che già protesta e, soprattutto, ristabilire le regole di un confronto politico basato sul rispetto. Una posizione che può incidere sui suoi rapporti con i parlamentari repubblicani al di là del risultato del ballottaggio in Georgia.
Un segnale, questo americano, che ci riguarda da vicino. Dal 1946 sino al 1992 compreso, in Italia si è votato con il sistema proporzionale. La Democrazia cristiana, partito della nazione, cioè riassuntivo di differenti posizioni, interessi e categorie, ha governato dal centro. Anche nel 1992, i partiti centristi avevano ottenuto il 38,76%, cui andava aggiunto il 13,62% del Partito socialista, ormai da decenni alleato stabile. 
È evidentemente difficile immaginare la ricomposizione del quadro politico nazionale necessaria per ottenere un centro capace di essere il collante nazionale. Ma non c’è altro che il centro che possa indicare un orizzonte di riaggregazione. 
Non siamo, peraltro, in condizione di stabilire cosa ci lascerà il Covid-19, quando fatalmente ci lascerà. 
Per questo sarebbe opportuno che i tanti centri di ricerca del Paese iniziassero a lavorare sugli scenari del futuro, per definirne contorni e attendibilità. Un modo serio per promuovere - con il concorso dei ceti emersi ed emergenti - quel rinnovamento della politica di cui la realtà distopica nella quale viviamo dal 2018 è la drammatica caricatura.

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