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EDITORIALE

Il «contratto» con la società è scaduto e va rinnovato

di VITTORIO TESTA -

16 novembre 2020, 09:59

Il «contratto» con la società è scaduto e va rinnovato

La politica politicante, clientelare, partigiana, rissosa, si è arrogata il diritto di decidere quali misure prendere per combattere la pandemia: un compito che invece spettava alla scienza. Ne è convinto un luminare della medicina inglese, che davanti a questa prepotenza, dice amaro: «Oggi, dopo trecento anni, l’Illuminismo è definitivamente sconfitto». Trecento anni di Illuminismo? Sì, giusto in Inghilterra, dov’è nato con la Seconda rivoluzione, pacifica, negli ultimi anni del Seicento, ispirato dalle teorie del filosofo Locke, ‘’il padre del liberalismo’’. Là il Parlamento, sovrano anche dello stesso Re, vara la ‘’carta dei diritti’’ e poi ‘l’habeas corpus’’, che impedisce l’arresto senza prove certe di colpevolezza. Il Re, che è anche il capo della Chiesa d’Inghilterra, deve essere, per legge, di credo Protestante: dottrina alla base della prima rivoluzione industriale, nel Settecento e pronuba al sorgere del capitalismo moderno, inteso come dovere morale dell’uomo scelto da Dio, predestinato a produrre ricchezza e reinvestirla per il bene di tutta la società. Pragmatici e senza remore, gli inglesi hanno metodi spicci, amano la chiarezza, e, come accade in altri Paesi del Nord Europa, parlano senza timore della morte come ultimo atto della vita e pertanto da gestire in modo consapevole. Dunque non era in preda a un disturbo mentale lo spettinato premier Johnson nell’ammonire i connazionali a prepararsi all’emergenza e alla dolorosa inevitabile fine di molti anziani: «Dovremo abituarci all’idea di perdere molti dei nostri cari» disse suscitando sdegno e scandalo in Italia, dove tipi balzani hanno incarichi serissimi: un signore smemorato che dimentica di fare il Piano sanitario d’emergenza, e un ex poliziotto che invita il Parlamento a dotarsi del purificante ciondolo antiCovid. Un Paese, il nostro, dove l’illuminismo dei Beccaria e dei Filangeri non ha mai attecchito, contrastato, insieme al Positivismo ottocentesco, da un Papato onniscomunicante: all’inferno il razionalismo, il Risorgimento, il socialismo e il comunismo. Infine, per venire ai nostri giorni, ignorato dal partito egemone interclassista, la Democrazia cristiana, e dall’altra ‘Chiesa laica’: il Partito comunista, condannato dal patto di Yalta a non poter governare un Paese dell’Alleanza atlantica. Quando il Pci di Berlinguer arriva a sostenere il governo, quando le convergenze parallele di Aldo Moro stanno miracolosamente per incontrarsi nel ‘compromesso storico’, tutto finisce con la strage brigatista di via Fani. Alla quale segue un patto nazionale di tutti i partiti, i movimenti e la società nella sua interezza, per far fronte e sconfiggere il terrorismo. Ora, piombati nel dramma della pandemia, davanti allo spettro del fallimento del sistema sanitario, il che significherebbe il ‘default’ dello Stato, il ceto politico non ha trovato il modo di condividere da subito una strategia chiara, netta. E il governo Conte anziché chiamare a raccolta i migliori scienziati del settore, ha nominato 400 consulenti dal misterioso incarico e messo in campo un vertice di gestione opinabile: «La cosa incredibile - commenta un amico medico - è che per fare la guerra al coronavirus non è stato ingaggiato manco un virologo». Per di più i gestori dell’emergenza hanno tutti un bassissimo punteggio nella graduatoria internazionale di merito, la ‘H-index’: il professor Brusaferro, per dire, è a quota 20. Il professor Alberto Mantovani, di origini soragnesi, immunologo di fama mondiale, è a 170 punti. Bellamente ignorato da Conte e dal ministro Speranza. Se il governo e la maggioranza non hanno brillato, l’opposizione non è stata da meno: tranne Berlusconi, che il coronavirus ci ha restituito nella versione del saggio decano pacificatore e raddrizzatorti, è stata incerta, altalenante e iraconda. Gli uni e gli altri hanno inseguito gli umori della strada lisciando il pelo per bisogno di consenso elettorale ai sostenitori della chiusura totale poi passati a reclamarne la riapertura. Premurosi di compiacere a tutto e al contrario di tutto, i partiti hanno ingenerato incertezza e sfiducia in un’opinione pubblica peraltro afflitta da un cronico dietrologismo, alimentato da medici, filosofi, sociologhi e opinionisti convinti di essere davanti a un malvagio disegno di potentati decisi a immiserire il Paese, al fine di ridurci in catene, schiavi inermi e imbelli. Simbolo della resa a un futuro terribile sarebbe la mascherina, strumento che ci imbavaglia e incute un timore panico tale da farci accettare restrizioni e coprifuochi, misure che oltre a ridurci sul lastrico produrranno danni enormi nei giovani, ai quali è negato il diritto ad avere una vita normale. È un contratto sociale, il nostro, che sembra ormai scaduto. Non c’è più fiducia nel sistema complessivo, in un Parlamento che ormai conta come il due di bastoni quando la briscola è denari, sostanzialmente delegittimato dal referendum sul taglio dei parlamentari. I quali hanno ripreso a cambiare casacca: 125 migranti dall’inizio della legislatura, all’inseguimento delle 525 piroette effettuate nella precedente stagione di traslochi da un gruppo all’altro. Ma adesso che siamo di nuovo alle soglie del blocco totale di ogni attività, sembra che i partiti abbiamo raggiunto quello che Bossi avrebbe definito un ‘‘idem sentire’’, una discorde concordia o concorde discordia, forse tardiva ma indispensabile nel momento più difficile del Dopoguerra. Da ieri la traversata del deserto si è fatta ancora più dura. Andiamo verso l’ignoto: ma certi che saranno tempi durissimi. Andiamoci almeno insieme, stretto un patto nazionale «dell'idem sentire e idem sperare».