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Rcep: così il patto asiatico sposta l'asse mondiale a Oriente

19 novembre 2020, 09:01

Rcep: così il patto asiatico sposta l'asse mondiale  a Oriente

di ALDO TAGLIAFERRO   
Se l’opinione pubblica di questo Paese non fosse ossessivamente – ma comprensibilmente – concentrata sulla pandemia, avrebbe dedicato in questi giorni maggiore attenzione a un accordo che solo in apparenza è lontano da noi. Ci riferiamo a Rcep, acronimo sgraziato (ma intelligibile anche ai non anglofoni) che sta per Regional Comprehensive Economic Partnership, ovvero il più grande patto commerciale al mondo perché vale il 30% dell’economia e della popolazione globale e coinvolge 2,2 miliardi di consumatori.

A stringere il patto sono i dieci Paesi cosiddetti Asean, più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Non sfuggirà la presenza di tre partner storici degli Usa (Tokyo, Seoul e Canberra) in un’intesa dove il “socio forte” è chiaramente Pechino: è il sintomo di uno spostamento a Oriente dell’asse economico mondiale che dovrebbe mettere in allarme sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea e magari invitare anche a riflettere sulle opportunità che potrebbero aprirsi.
In breve: si prevede che l’accordo - di natura essenzialmente commerciale e con poche o nulle implicazioni su protezione ambientale e intellettuale, come piace alla Cina - nel volgere di dieci anni aumenterà la ricchezza mondiale di 200 mld di dollari con un aumento dello 0,2% del Pil per i Paesi membri. Tokyo calcola che i dazi fra i firmatari scenderanno del 91% e che le proprie esportazioni esenti da balzelli verso la Cina passeranno dall’8 all’86% con grandi benefici in particolare per un settore strategico come l’automotive. 
Attenzione: sono numeri che riguardano Paesi non investiti dalla stessa crisi economica del mondo occidentale e che non stanno vivendo il dramma della seconda ondata di Covid-19 (anzi in Cina, dove tutto ha avuto origine, siamo addirittura a contagi zero…). 
Fatte queste premesse occorre riflettere su tre punti: la Cina, gli Usa e l’Ue.
Partiamo da Pechino: è sempre più evidente il mutare della mappa geopolitica mondiale sotto le mire espansionistiche di Xi Jinping. Che si tratti di neoimperialismo lo dirà la storia, però sono già passati tre anni da quando a Davos il presidente cinese assurse a ruolo di promotore del multilateralismo. Il problema con la Cina - insito tanto nel suo regime politico quanto nella sua indole millenaria - è che tende a usare due pesi e due misure, come si è già visto all’interno del Wto o nelle rigide normative sulle joint ventures, calpestando regole sacre per noi occidentali. La ormai celebre Via della Seta, la Belt and Road Initiative che deve aprire porti e mercati al Dragone a ogni latitudine, non è solo un’idea suggestiva ma una realtà che ha sedotto anche i nostri politici. Se il XXI secolo è quello cinese, Rcep rischia di danneggiare ulteriormente Usa e Ue perché Pechino potrebbe rimpiazzare gradualmente l’apporto occidentale con quello dei vicini di casa.
Secondo punto: gli Usa. E’ evidente che il nuovo patto è figlio delle praterie che l’America First di Donald Trump ha lasciato alla Cina: il tycoon ha sfilato gli Usa dal Tpp (Trans Pacific Partnership) faticosamente tessuto da Obama lasciando la leadership dell’area asiatica alla Cina. Certo, Rcep ha radici più lontane perché i primi colloqui risalgono al 2012, ma oggi il New York Times può parlare apertamente di “sfida agli Usa” paventando la perdita di consensi per gli americani anche in altre aree del globo e la paura che alcune multinazionali possano aggirare dazi e paletti eretti da Trump per lavorare direttamente con la nuova intesa commerciale. Insomma, per Joe Biden si apre una partita difficile nella quale però potrebbe (ri)cucire una trama interessante grazie all’alleato che non ti aspetti: l’India. New Delhi infatti lo scorso anno si è ritirata dalle trattative su Rcep, in sostanza per non subire eccessivamnete l’influenza cinese: l’economia indiana povera e basata per lo più sull’agricoltura sarebbe stata messa fuori gioco nella competizione con l’altro gigante della produzione low cost. Un asse Usa-India potrebbe invece portarsi dietro anche i Paesi europei per riequilibrare le influenze.
E veniamo allora al terzo punto, l’Ue e l’Italia. L’Europa non era parte del Tpp né ora del Rcep ma non può rimanere semplice spettatore del repentino mutamento dell’ordine mondiale. La questione fondamentale da dirimere è essenziale: l’arrivo di Biden alla Casa Bianca e la lotta comune al Covid-19 riavvicinerà il vecchio continente agli Usa dopo i quattro anni autarchici di Trump oppure la crescente importanza dell’Asia allontanerà ulteriormente gli Usa dallo scacchiere europeo? E’ una questione cruciale per il nostro futuro ma pare che né l’Europa - incapace di mostrarsi compatta in questi giorni sul tavolo del Recovery Fund - né i nostri politici (che hanno il non piccolo problema di individuare un commissario alla Sanità in Calabria ogni tre giorni) se ne stiano rendendo conto. Soprattutto i rapporti italiani con Xi Jinping, a cui abbiamo steso tappeti rossi a Roma, dovranno essere maneggiati con cautela per non essere da un lato visti con sospetto dal resto dell’Occidente (anche nell’ottica della rivoluzione 5G) e dall’altro fagocitati dal Dragone.
Un quadro troppo fosco? No, potrebbe piuttosto essere il momento di guardare alle opportunità che si aprono: in un’area difficile come il Far East l'idea di trattare con un blocco unico anziché con una decina di Stati potrebbe tornare utile al nostro export - in primis quello agroalimentare che oggi vale 3,8 miliardi di euro nell’area - e quindi alla successiva circolazione delle nostre merci.