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EDITORIALE

Non è vero che uno vale uno. Fidiamoci degli scienziati

di Viviano Domenici -

20 novembre 2020, 08:35

Non è vero  che uno vale uno. Fidiamoci degli scienziati

La mia carta d’identità sostiene che potrei essere il babbo dei sessantenni fragili, da proteggere, e per questo accetto senza mugugni tutte le zone rosse che il governo decide su consiglio degli uomini di scienza. E quando qualcuno mi chiede «Come stai?» rispondo «Spero bene», ma evito di passare dalla Liguria perché secondo il signor Giovanni Toti sono economicamente inutile. Non si sa mai. 

  Ben vengano gli scienziati a dirci quello che dobbiamo fare, piuttosto che i presidenti dei consigli regionali (pomposamente detti governatori) che non sono mai d’accordo su nulla e fanno di tutto per lasciare le decisioni agli altri, per paura di perdere consensi. Salvo poi sbraitare se il governo li mette in zona rossa. Eppure la priorità è salvare la vita delle persone, poi l’economia. Il perché è scritto nei numeri che suonano a morto tutti i giorni. 

  Siamo scampati alla prima ondata, la seconda ancora ci sommerge, e da qualche giorno s’è cominciato a parlare di come attrezzarci per la terza, che potrebbe arrivare nei giorni della Befana. Che qualcuno ci pensi è una buona notizia, visto che l’estate scorsa mezza Italia preferì aperitivi e discoteche, piuttosto che dare ascolto alle «solite Cassandre». Anche il Parlamento chiuse per ferie, nel silenzio/assenso generale, tanto «andrà tutto bene». Se invece fosse rimasto aperto pure a Ferragosto – anche a far poco – sarebbe stato un bel segnale per tutti, e avrebbe sbigottito l’Europa intera che stava decidendo se allargare il cordone della borsa. 

Invece tutti al mare. Quello che è successo quando sono tornati a casa i festaioli lo abbiamo visto, purtroppo. 

  Nonostante tutto, sembra che le preoccupazioni per la terza ondata, manifestate dai professori Pregliasco, Galli, Ippolito, Crisanti, Ricciardi e tanti altri scienziati (che non è una parolaccia) disturbino qualcuno, che infatti è già insorto gridando giù le mani dal cenone di Capodanno, e accusa le Cassandre di diffondere la depressione coi loro inviti a non comportarci come fossimo nel paese della Cuccagna. 

Personalmente preferisco ascoltare le Cassandre in camice bianco, e quando ho un doloretto vado dal medico non dal prestigiatore, perché non è vero che uno vale uno. Lo vediamo un giorno sì e l’altro anche. E continuo a lavarmi bene le mani – uno dei tre «comandamenti» anti-Covid – ringraziando ancora una volta il medico ungherese Ignác Fülöp Semmelweis, che nel 1847 si accorse che se i suoi colleghi ospedalieri si lavavano le mani prima di toccare le partorienti si scongiurava la febbre puerperale, che ne faceva strage. Salvò così migliaia di mamme ma, nonostante l’evidenza, nessuno volle riconoscere che le mani sporche potevano trasmettere infezioni mortali. Fu denigrato e isolato, fino a precipitare nella depressione più nera, che lo portò in un manicomio dove lo curarono a suon di botte, come allora si usava. Era il 1865, e aveva quarantasette anni. Per decenni le partorienti continuarono a morire. 

«Quando rivedo il passato – scrisse negli ultimi giorni di vita –, posso solo dissipare la tristezza che mi invade immaginando quel futuro felice in cui l’infezione sarà bandita […] La convinzione che prima o poi quel momento debba arrivare mi rallegrerà nel momento della morte».