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EDITORIALE

Le regole dell'Europa e le possibili riforme

di MARIO MENEGATTI -

21 novembre 2020, 09:19

Le regole dell'Europa e le possibili riforme

La seconda ondata della pandemia di Covid-19 sta producendo nuovi pesanti effetti sulla situazione economica del Paese, di fatto annullando il parziale recupero registrato durante l’estate. Molto significativo appare, quindi, in questa fase l’intervento pubblico, nell’ambito del quale assume particolare importanza  il ruolo giocato dallo strumento del Recovery fund, i  nuovi titoli di emissione europea, di cui all’Italia spetterebbe una quota estremamente rilevante. 


Pur in presenza di una  diffusa convinzione che il Recovery fund debba essere messo in campo rapidamente, l’iter di approvazione della sua istituzione e attivazione continua a procedere a rilento. Un primo rallentamento è stato determinato alcuni mesi fa dalla posizione di un gruppo di paesi (i cosiddetti “frugali”), che richiedevano una condizionalità molto spinta per l’assegnazione delle risorse. Oggi, superato quell’ostacolo, il freno viene tirato da Ungheria e Polonia, che contestano il vincolo al rispetto dello stato di diritto, che è stato inserito nella bozza del progetto. Anche in questo caso si è alla ricerca di una  mediazione che, probabilmente, come nel caso precedente, verrà trovata. Ancora una volta, però, il processo decisionale europeo subisce un forte rallentamento, che contrasta chiaramente con le esigenze del momento e che ne evidenzia i forti limiti. 
Il cuore del problema risiede, come è noto, nel principio dell’unanimità, che prevede che ciascun paese dell’Unione possa porre il veto sulle decisioni comuni. 

Il principio, che pure ha un suo ragionevole fondamento nel fatto che la sovranità rimane, nell’Unione, in capo ai singoli Stati membri, si dimostra oggi inadeguato di fronte a scelte che devono essere rapide e su cui c’è ampio apprezzamento. La soluzione più volte prospettata è quella più diretta: sostituire il principio dell’unanimità con quello della maggioranza qualificata. In altri termini, ciò che si propone è di rimuovere il veto opponibile dai singoli paesi, indicando come requisito per l’approvazione di una regola, valida per tutti i membri, che un numero sufficientemente ampio di essi si esprima in modo favorevole. Questa soluzione, pur presentando certamente elementi di ragionevolezza, mostra, però, anche chiare problematicità. Nell’attuale contesto, in cui è spesso difficile far rispettare agli Stati membri alcune delle regole che essi stessi hanno approvato, potrebbe, infatti essere impossibile ottenere una ratifica da un Parlamento nazionale e, più in generale, l’accettazione, da parte dell’opinione pubblica di un paese, di una regola su cui il suo Governo abbia votato in modo contrario.  


  Potrebbe, peraltro, esistere un’altra soluzione, forse più praticabile. Anziché proporre di approvare a maggioranza regole valide per tutti, si potrebbe scegliere che alcuni pacchetti di regole o alcuni strumenti diventino validi solo per i paesi dell’Unione che vogliono introdurli, magari indicando un numero minino di paesi partecipanti. Si tratterebbe nella sostanza della creazione di “club” di paesi all’interno dell’Unione Europea, per cui siano in vigore pacchetti aggiuntivi di regole e di strumenti, non validi per gli altri, ancorché definiti e approvati in sede comunitaria. E’ bene sottolineare che la proposta decritta presenta dei rischi. Fra essi, in particolare, ci può essere il pericolo che si creino tanti piccoli club diversi su temi differenti, generando un sistema di regole frammentato dentro l’Unione. Il rischio descritto è, però, abbastanza ridotto. Una volta definito che un progetto può partire con quei paesi che intendono avviarlo, diventa più probabile che l’adesione risulti molto ampia, se non unanime. Se si applicasse, ad esempio, questa modalità decisionale al Recovery fund, dicendo che lo strumento viene attivato per i paesi che vogliono usarlo, è probabile che esso risulterebbe poi accettato anche da quei paesi che oggi pongono il veto, una volta che essi fossero privati del potere di bloccarlo. 


Si tratta forse di una scommessa ambiziosa sulle nuove regole che l’Europa deve darsi. E’ però una scommessa che vale la pena fare, se non si vuole che il perdurare di un processo decisionale ormai chiaramente inadeguato acuisca quella sfiducia dei cittadini verso le istituzioni europee, che abbiamo, purtroppo, già visto crescere negli ultimi anni.